Né a un dio, né a un padrone ma per
Marina Padovese
Installazione teatrale di Rino DE MICHELE
Personaggi:
la ragazza
lo spazzino
l'uomo/dio
la donna
l'attore
poliziotti
manichini
Ogni personaggio è vestito con abiti sbrindellati e sporchi di colore,
taglie enormi. Così i manichini. Soltanto i poliziotti indossano
abiti normali
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Notte. Le prime note della canzone di Bob Dylan "Canadee-J-O" (da Good as I been to you, 1992), voce raschiata con la carta vetrata. Quartiere di periferia. Tra grossi cumuli di immondizia dorme, mimetizzandosi con i sacchi della spazzatura, un uomo. Entra uno spazzino che rumorosamente, con una grossa scopaa, ramazza via delle lattine vuote. Il volume della musica si dissolve ed entra una leggerissima ragazza, indossa un vestito chiaro, possibilmente a fiori.
RAGAZZA
(muovendosi con un accenno di danza e canticchiando):
Mi han regalato
una vesta da 32 colori
davanti batte la luna
dietro il sole
davanti batton le stelle
dietro lo splendore.
La ragazza, che ha traversato la scena, esce. Lo spazzino, che era rimasto a guardare la ragazza, riprende a strusciare la scopa. Canticchia alcuni versi della canzone appena udita. L'uomo sdraiato tra i sacchi dell'immondizia, svegliato dal suo sonno, accende un fiammifero e cerca di vedere chi è che provoca tutto quel rumore.
SPAZZINO: Ma vedi se questo è il posto dove un essere umano debba dormire. (Nota che l'uomo cerca di sollevarsi ma non riesce a farlo agevolmente poiché è menomato, ha una gamba più lunga dell'altra e non riesce a trovare il bastone che lo sostiene) Dai, ti aiuto io; qui c'è il tuo bastone, (lo guarda meglio) certo che sei conciato male.
I due si guardano, in lontananza si sente la voce della ragazza che ripete la sua canzone. Sostenendosi a vicenda e trascinando uno la scopa, l'altro la stampella escono di scena.
SPAZZINO:
Stai tranquillo, andiamo a casa.
UOMO: Ma io non vedo nessuna casa.
SPAZZINO: Bene, allora ne costruiremo una.
Buio.
SCENA SECONDA
Casa dello spazzino. Un monolocale arredato con scatoloni di legno e cartone, tanti libri. Un televisore è collocato dentro un cartone, è acceso ma è fuori sintonia, l'audio è un fruscio. Una piccola lampada illumina lo spazzino e l'uomo seduti a terra che mangiano, senza fretta, del pane.
UOMO:
Ti ringrazio per questi doni, nessuno me ne farà altri.
SPAZZINO: Ma cosa ringrazi, lascia perdere. Ed io chi devo ringraziare?,
vivo quasi in una grotta e il mio stipendio sono le immondizie.
UOMO (guardandosi attorno): Mi sembra di essere appena nato.
Entra una donna, regge un grosso cartoccio, un sacchetto con della spesa.
DONNA: Bastardi, dicono che ogni cosa si aggiusterà; è sufficiente che stiamo calmi, … ma se ci hanno buttato in un vicolo cieco, bastardi. (getta a terra il sacchetto della spesa, poi bacia lo spazzino). Ciao, amore (si siede al suo fianco e guarda l'uomo interrogandosi su chi possa essere, poi prende anche lei un pezzo di pane per mangiarlo).
UOMO:
Perché non spegnete il televisore? Dà fastidio.
DONNA: Ma dove vivi?, non si può spegnere. Se lo teniamo sempre acceso
prendiamo una gratifica sullo stipendio o sul sussidio. Lo chiamano (pomposamente)
"Compenso Incentivante", è una conquista che i sindacati
hanno regalato ai lavoratori ed ai disoccupati. Ma incentivante di che?
Incentivante a consumare, è tutta pubblicità, bastardi!
SPAZZINO: Basta tenerlo acceso. Facciamo audience, così si guidano
le tariffe pubblicitarie per la merda che poi compriamo. Per loro è
facile, gestiscono le nostre vite come un affare commerciale.
DONNA: Bastardi (fissa meglio l'uomo). Ma tu chi sei?
UOMO: Io sono dio.
SPAZZINO: (alzando le spalle) Per essere uno così potente mi sembri
piuttosto rasoterra.
UOMO: Ma come si può cadere se non ci si è mai alzati?
DONNA: Guardate, lasciamo perdere che è meglio (poi, ripensandoci)
ma non dovevi essere il nostro salvatore?
UOMO: E chi c'è da salvare?
DONNA: Io crollo. E' in corso una guerra mondiale, oltre 40.000 bambini
muoiono ogni giorno di fame, facciamo finta di non accorgercene, e tu non
capisci chi c'è da salvare?
UOMO: Io non sono di qui. Questo non è il mio regno.
SPAZZINO: (sbadigliando) Bè, questo non ti assolve comunque. … io
dormo, buonanotte (si sdraia).
Anche l'uomo e la donna si sdraiano per dormire. La donna di stringe allo spazzino. Buio, entra la ragazza che canticchia i suoi versi. Traversa la stanza ed esce. Silenzio.
ATTO
SECONDO
SCENA PRIMA
Giorno. In strada. Immondizie, comparse ferme ed abiti appesi formano una folla di passanti. Lo spazzino e l'uomo entrano in scena parlando.
SPAZZINO:
Sarebbe molto ingiusto turbare le coscienze dei consumatori felici. La domenica
pomeriggio marciamo incolonnati verso lo stadio, sventolando sciarpe e bandiere
colorate, ogni tanto qualcuno muore d'infarto o accoltellato. Durante la
settimana sciamiamo verso i supermercati. Aprire gli occhi significherebbe
privarci di un'illusione che ci aiuta ad essere felici. Come le religioni
che tu hai creato.
UOMO: Intanto io non ho creato niente di tutta la roba in cui voi credete.
Poi è anche utile che la gente non pensi molto. Che si scarichino
pure le frustrazioni quotidiane appassionandosi alle vicende di altri idoli
prefabbricati: le fotomodelle, i cantanti, gli attori, i politici, i santi.
SPAZZINO: Ma così ci possono bollire come vogliono!
UOMO: Ma forse non siete liberi di pensare ciò che volete? Vi ho
dato il "libero arbitrio". Nessuno può incanalarvi verso
direttive prestabilite. Nessuno vi impedisce di fare quello che volete,
di assistere agli spettacoli che preferite, di votare per chi è più
meritevole della vostra fiducia.
SPAZZINO: Questo dillo ai pubblicitari, sai che risate si fanno. Possiedono
la somma arte di convincere la gente senza che questa si renda conto di
essere stata convinta. C'è un'arte nuova in democrazia, la chiamano
la "fabbrica del consenso". Sono in grado di guidare i nostri
atteggiamenti … (vorrebbe continuare ma entra la ragazza che canticchia
la sua canzone. L'uomo e lo spazzino si fermano).
La ragazza esce. Tra il pubblico si alza in piedi un attore, monta su una sedia.
ATTORE:
Si chiede di discutere e di mettere ai voti la proposta che i segretari
dei sindacati liberali hanno già accettato e firmato, a nome dei
lavoratori, un quarto d'ora fa.
UOMO (rivolto all'attore): Tu mi stai dicendo che la nostra civiltà
ha rinunciato alla coscienza autonoma dell'individuo e l'ha sostituita con
uno schema di comportamento preordinato, imposto dai centri del potere politico
ed economico, le grandi centrali produttive, i mezzi di comunicazione, i
monopoli pubblicitari?
ATTORE: Sulla funzione etica della pubblicità è bene chiarirsi
le idee. Le tipiche bellezze dei calendari, le dive del nostro tempo vengono
presentate al pubblico, dalle organizzazioni pubblicitarie, per un duplice
scopo, commerciale e consolatorio.
Uno scopo commerciale, perché con il loro fascino inducono il pubblico
ad "acquistare oggetti e beni di consumo della massima utilità",
di cui il pubblico stesso non avvertirebbe però la necessità,
se il messaggio non gli arrivasse alla mente attraverso i canali dell'attrazione
sessuale, per quanto riguarda gli uomini, e dello spirito di emulazione
per quanto riguarda le donne.
La funzione consolatoria è anche importante. E' ovvio che, mentre
tutti gli uomini sono attratti da un ideale di bellezza, non tutti possono
permettersi una ragazza o una moglie che corrisponde allo stesso standard.
Ma se la donna in questione usa i prodotti reclamizzati da lei, dal Simbolo
Vivente del Sesso, può sentirsi più simile a questo ideale.
E questo assicura ai monopoli una vastissima riserva di consumatori felici.
UOMO: Sono dio ma ci capisco poco.
ATTORE: E' quasi obbligatorio capirci nulla. Se la gente capisse, rifiuterebbe
di lasciarsi ingabbiare in un ordine che non è più suggestione
di massa ma (scandendo le lettere) i-n-t-i-m-i-d-a-z-i-o-n-e di massa. Un
uomo rifiutando di essere felice sarebbe un anarchico e l'anarchico è
il granello di sabbia che fa inceppare un ingranaggio perfetto, l-u-b-r-i-f-i-c-a-t-i-s-s-i-m-o.
Non ti chiedi mai che cosa fa di te un "uomo responsabile" e di
un altro un carcerato? Eppure la risposta è semplice. E' perché
tu sei stato ubbidiente e subordinato al potere, e l'altro forse è
stato indipendente.
Inizia a diventare buio. Canzone. L'attore torna a sedersi. Tutti tornano verso casa.
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Penombra.
Musica. L'uomo è al centro del palcoscenico, tra i sacchi dell'immondizia
e fuma una sigaretta.
Lo spazzino, la ragazza, l'attore sono disseminati tra il pubblico e, sommessamente,
pongono delle domande ("dove abiti?", "cosa fai nel tempo
libero?", "credi che esista un dio che abbia voglia di creare
e regolare ogni cosa?", insomma, cose di questo genere).
I tre si spostano da uno spettatore all'altro e il tutto dura finché
si capisce che la performance regge; dopo salgono sul palco. La musica si
dissolve e la donna, con voce alta e ferma, pone questa domanda agli spettatori.
DONNA: Non è forse che, nel fornire elementi sul nostro mondo, proponiamo un modo possibile di vedere diversamente le cose da come si presentano?
Si fa buio, musica di una banda di paese che cresce di volume. Si sentono rumori di una manifestazione politica, un comizio, suoni di sirene e scoppi, urla e colpi di arma da fuoco che sovrastano ogni cosa. Penombra. Sul palco, mentre l'uomo si defila, i tre si muovono come se partecipassero ad una manifestazione: vengono sollevati dei manichini e viene sventolata una bandiera. Irrompono dei poliziotti che, urlando, salgono sul palco ed iniziano a picchiare ferocemente con dei manganelli. Si accaniscono, con calci, sulla donna che è stata buttata per terra. Poi escono trascinando tutti gli altri fuori. La donna è a terra, un poliziotto torna indietro e spara alla donna un colpo di pistola, poi esce. Silenzio. Entra la ragazza, guarda la donna immobile. Canzone "La scarpe che van di più" (03:02) di Boris Vian.
RAGAZZA:
E' il potere della polizia, sottile e durevole: sentire la dipendenza della
vita altrui dal proprio arbitrio, permanendo nell'anonimato. Parte di un
corpo, di una squadra.
Denti acuminati necessari alla voracità dei dominanti.
Esce guardando il terreno.
ATTO
QUARTO
SCENA PRIMA
Musica.
Casa dello spazzino. Luce della piccola lampada. Televisore spento. La donna
è seduta, paralizzata, lo sguardo nel vuoto. Le violenze subite l'hanno
resa quasi come un vegetale. Cerca, con dei fogli di carta di costruire
degli aeroplani di carta; ogni tanto sibila la parola "bastardi".
Entrano lo spazzino e l'uomo. La musica si dissolve. Lo spazzino si inginocchia
vicino alla donna e le carezza il volto, si asciuga una lacrima, la pettina,
la bacia sulla fronte. L'uomo si siede e beve da una lattina di birra, spezza
del pane e lo mastica.
Lo spazzino lo guarda con astio e ferocemente gli chiede.
SPAZZINO:
Ma tu, che sei dio, dove cristo eri? Perché non sei intervenuto?
UOMO: Figliolo, mangiavo ciliegie.
Lo spazzino
con uno schiaffo gli fa volare la lattina dalla mano e lo aggredisce con
pugni e calci. Ha gioco facile poiché l'uomo è menomato, perde
la stampella e cade per terra lamentandosi.
Adesso lo spazzino sembra aver esaurito ogni aggressività, è
di nuovo calmo. Osserva l'uomo a terra che rantola, raccoglie la stampella.
Lunga pausa, poi lentamente la solleva e colpisce violentemente la schiena
dell'uomo che, con un ultimo lamento, stramazza definitivamente.
Lo spazzino si avvicina alla donna che tenta ancora di costruire un aeroplano
di carta, assente a quello che è accaduto davanti ai suoi occhi.
Lo spazzino l'aiuta e, finalmente, la donna sorride. Riescono a completare
la costruzione dell'aeroplano, lo lanciano sul pubblico, lo spazzino la
bacia sulla fronte.
Poesia (00:17):
Avrei voluto baciarti
con la forza del vento
urlarti che t'amo …
con un filo
di voce
ti salutai
come si saluta il panettiere.
Musica: Gli amanti di Roma (02:53) di Gianmaria Testa. Lo spazzino prende
la mano della donna e la solleva invitandola al ballo. La donna sorride
ancora e si alza. Ballano. Entrano l'attore e la ragazza che, raccolti due
manichini, formano delle coppie per ballare. Sino alla
FINE.
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