CIOCCOLATO MON AMOUR

di Kiki Franceschi
da: ApARTe°9, dicembre 2003

Sono stata antipatica a mia madre dal momento della nascita e per tutta l'infanzia, fanciullezza e giovinezza. Ero in disgrazia perché assomigliavo a mio padre, perché ero voluta venire al mondo inaspettata, perché ero indipendente, intelligente e solitaria. Fin dal momento della nascita mia madre mi era dunque estranea. Certo dovevo essere esasperante, sempre in fuga, famelica, grassa. Imbarazzante.
Guardare il mare, stare sull'albero di fico del giardino a disegnare coi pastelli, in cima in cima, mangiare di soppiatto a morsi la cioccolata da grattare sui dolci che mia madre nascondeva in dispensa, erano fatti che mi consolavano e mi distoglievano dai lutti del mondo.
Prendevo dal barattolo di vetro il gran pezzo della cioccolata e lo addentavo con forza, una lotta disperata, fino a sbucciarmi le gengive, a farle sanguinare. Costasse quello che costasse.
La cioccolata è l'unico legame con mia madre. Anche lei amava il cioccolato, ma il suo cervello era sterile. A me faceva nascere idee, alimentava sogni, era il mio tappeto volante, la lampada di Aladino, il fiore dai sette colori, il sesamo che si apriva.
Il colore marrone scuro del fondente mutava in rosso, in turchese, in blu, i colori che amavo e sceglievo assolutamente. Al primo morso rosso intenso, cadmio, carminio, i tagliatori di teste di Salgari, la Malesia, tutto un fare di spade, di piante esotiche agitate dal tifone, la bandiera nera col teschio issata sempre più in su per l'albero maestro, l'albatros che mi guardava, e allora blu turchese, il mare del Tropico, il cielo convesso e senza stelle dove vagare col Piccolo Principe.
La mia infanzia, quando non ero strapazzata da mia madre è agganciata a quel pezzo di cioccolata, così duro da spezzarlo col martello se i denti fallivano, che mordicchiavo e succhiavo, surrogato del seno materno e che magicamente mutava in rosso, turchese, blu.


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