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Un suonatore di trombetta

Il generale Giuseppe Garibaldi che, l’11 maggio del 1860, sbarcò nel porto di Marsala con mille famosi guerrieri, sapeva benissimo che, per chiudere con successo la sua impresa, gli sarebbe stato assolutamente necessario l’appoggio e la partecipazione attiva dei siciliani. Questo sarebbe avvenuto solo se fosse stato accettato, non solo come il liberatore dalla tirannide borbonica, ma anche come colui che poteva dare concrete possibilità al sorgere di una nuova società, libera dalla miseria e dalle ingiustizie. Con questo intento, il 2 giugno, aveva emesso un decreto dove prometteva soccorso ai bisognosi e prospettava un’equa divisione delle terre.
Le condizioni di vita dei miserabili siciliani erano particolarmente disastrose ma, con Garibaldi, i picciotti sollevarono la testa, cantarono e ballarono. Fucusi, indossarono sgargianti camicie rosse frettolosamente tagliate e cucite dalle donne di Salemi ed andarono a tirari scupittati a ‘li surdati dù Re Cicciu Burbuni, ognuno convinto che, finalmente, stesse sorgendo l’alba di un’era più giusta e felice.
A Bronte, paese che doveva il suo nome ad un Ciclope figlio del dio Poseidone, si erano formate due fazioni politiche: una, denominata Cappelli o Ducali, nella quale si riconoscevano i ricchi possidenti, gli alti prelati, i borghesi prepotenti e affamatori; l’altra dei miseri e dei popolani, che si raccoglievano attorno all’avvocato Nicolò Lombardo e si nominavano i Comunisti poiché le loro idee socialiste prevedevano una società senza classi, dove i beni sarebbero stati messi in comune tra tutti.
I pezzenti abboccarono alle chiacchiere dei liberatori e, il 2 agosto, insorsero. Iniziarono le minacce e i tafferugli e, tra i popolani, anche Nunzio Ciraldo Fraiunco, ‘u scimunitu dù paisi, si sentì un essere umano importante e necessario come tutti gli altri. Dopo aver tracannato un bicchiere d’aceto passatogli per vino, intrappolato in una mente confusa, incantato da miraggi e parole seducenti come la luce del lume a olio che attrae le effimere falene, furioso era nello sfidare i privilegiati, nell’invocare al riscatto sociale ‘u populu, i disperati, i cafoni che sciamavano torti e niuri fuori dalle case buie come tane, con le mogli appresso e i picciriddi tutt’ossa e occhi mangiati dalle mosche e dalle febbri malariche. Armali servaggi, cani, scheletri con le pance spolpate che raschiavano con ostinazione la terra secca nutrendosi di radici, pane nero raffermo e formaggio rancido masticato con il pianto e lo sconforto, che cercavano di smorzare una perenne arsura con l’acqua stantia delle gebbie dove si tenevano a mollo le canne a macerare.
Quel giorno Nunzio Fraiunco si sentiva vitale come il prode paladino di Francia Orlando che, da bambino, aveva visto all’Opera dei Pupi di Catania: coraggioso, con le piume sull’elmo e coperto di metallo scintillante, amato dalle dame e che non prendeva mai calci in culo. Si immaginò al Passo di Roncisvalle e il suo corno Olifante fu una vecchia trombetta di latta. Ci soffiava dentro vento di scirocco, puntava in alto a lu focu di lu Mungibedu e cantilenava: - Cappeddi, guardattivi! L’ura dù judizziu s’avvicina! Populu, nun mancari all’appellu!
Poi, la situazione drammaticamente precipitò. La gente, carica di rabbia e rancori, sciamò per le strade appiccando il fuoco all’Archivio Comunale e ad alcune case. Sedici persone, tra nobili e ufficiali, vennero uccise.
A quel punto Garibaldi, temendo che un’insurrezione incontrollata andasse a ledere gli interessi dei possidenti inglesi, dei gentiluomini e che la sua spedizione si spingesse oltre la necessità di destituire casa Borbone per sostituirla con quella dei bolsi Savoia, senza indugio alcuno mandò a Bronte il genovese Nino Bixio con uno squadrone di garibaldini. Bixio ne fu molto contrariato ma, ancora una volta, ubbidì al suo comandante e andò a far giustizia. Giunto in paese mise subito le cose a posto, cioè riportò tutto come prima: i ricchi a comandare e gli schiavi a servire. Aveva una fretta dannata ed un sommo disprezzo verso l’umanità sofferente, istituì una farsa di processo e in sole quattro ore giudicò 150 persone infliggendo a cinque la fucilazione. I condannati furono l’avvocato Nicolò Lombardo mente pensante del movimento ma completamente estraneo alle uccisioni, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri, Nunzio Samperi e ‘u scimunitu dù paisi, lo sventurato Nunzio Ciraldo Fraiunco.
Non fu dimostrata nessuna pietà o comprensione. La notte che precedette la fucilazione, una brava donna chiese il permesso di portare delle uova sode al Lombardo ma il braccio destro dell’Eroe dei Due Mondi, nel respingerla malamente, con arroganza le rispose che il detenuto non aveva bisogno di uova poiché l’indomani avrebbe avuto due palle ben piantate in fronte.
All’alba del 10 agosto, i condannati vennero portati nella piazzetta antistante il convento di Santo Vito e collocati dinanzi al plotone d’esecuzione. Alla scarica di fucileria morirono tutti ma nessun soldato ebbe la forza di sparare a Nunzio Fraiunco, ‘u scimunitu, che risultò incolume. Il poveretto, nell’illusione che la Madonna Addolorata lo avesse miracolato, si inginocchiò piangendo ai piedi di Bixio invocando la vita. Ricevette una palla di piombo in testa e così morì, colpevole solo di aver soffiato note stonate in una trombetta di latta.

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