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Calo l'asso, piglio tutto e che paghi il presidente!

  
Tre storie altruistiche

    Mi è sempre piaciuto raccontare od ascoltare storie poiché mi sembra che questa azione, all’apparenza piuttosto semplice, è uno schietto gesto di disponibilità e partecipazione nei confronti degli altri. E non mi sembra poco. Ogni storia sta come in attesa dietro una porta che, spalancandosi, libera frammenti del vissuto di esistenze differenti che sanno comporsi in un mosaico di parole e frasi concedendoci l’occasione di condividere suggestioni infelici o vivaci, insolite e affascinanti. E non sempre è necessario indagare se quanto udito corrisponda esattamente alla verità.
    Di tutte le vicende che ho avuto modo di apprendere, quella più comune narra di brave persone che, per un eccessivo altruismo, hanno perso terre, immobili e cospicue fortune economiche. Di questi casi ne voglio brevemente narrare due più un’altra, all’apparenza dissimile, ma comunque tutta costruita sull’amore disinteressato verso l’umanità.

Il furto di un balcone e le sue positive conseguenze per un nano
Il primo episodio tira in ballo un ritaglio delle molteplici avversità che la mia famiglia, del ramo siciliano dei Lombardo, ha dovuto attraversare. Mio bisnonno Antonio amava la lettura, il bel canto, il teatro ed era un esperto intagliatore in legno. Il lavoro certamente non gli mancava poiché, testimoni la bellezza di quei pochi mobili rimasti a casa di mia madre, era un vero artista dello scalpello. Questa maestria gli consentiva di guadagnare bene e riusciva senz’altro a dare alla sua famiglia una vita dignitosa. Ma, e le storie diventano storie partendo sempre da un ma, con estrema facilità prestava denaro ai questuanti, all’apparenza, più bisognosi o firmava dei pagherò per garantire gli altri. Generalmente quanto concesso non veniva restituito e le cambiali giungevano a scadenza senza che gli effettivi debitori le avessero mai onorate. Del resto, questa disponibilità di Antonio veniva percepita dai suoi concittadini come una insensata debolezza della quale approfittarne giacché, nella nostra società civile, siamo educati all’ipocrisia, a sottometterci agli egoisti, ai prepotenti e ad ammirare i furbi. Per non precipitare in un gorgo di processi giudiziari per debiti, peraltro non suoi, Antonio si dovette vendere un appartamento e prosciugò il piccolo deposito che aveva custodito nelle casse del Banco di Sicilia. Fin qui nulla di veramente eccezionale tuttavia, per caratterizzare nel miglior modo le differenti opportunità offerte da comportamenti sociali tra loro diversi, vorrei riportarvi un avvenimento che la dice lunga su siffatte dinamiche.
Quando Antonio morì, quel che restava del suo patrimonio, una piccola abitazione su due piani, fu l’unico lascito che seppe lasciare al figlio Giuseppe che intanto si era sposato, aveva due figlie e di mestiere faceva il fotografo filodrammatico, ed alla figlia Caterina, Titì, che, rimasta nubile, si era votata alla tenace ricerca della santità.
Erano anni caratterizzati dalla follia di pochi e dalla sottomissione di molti. Un’insana schizofrenia collettiva portò le nazioni ad esaltare la guerra preparando così i luttuosi disastri che ne derivarono. Per sfuggire ai terribili bombardamenti aerei degli alleati, i Lombardo furono costretti a sfollare a Vizzini dimorandovi sino alla fine delle ostilità. Quando tornarono a Marsala videro che, fortunatamente, la loro casa era rimasta intatta - Titì immediatamente dichiarò che l’Addolorata l’aveva coperta con il suo manto stellato - ma restarono di sasso quando si accorsero che dalla facciata erano stati divelti due balconi in ferro ed ottone. In famiglia, lì per lì, si sospettò come autore del furto un riformato militare, in pratica un nano, che ufficialmente di mestiere faceva il sarto. Ma avevano prove? Questo signore, a guerra terminata, con i soldi ricavati dalla vendita di metalli e con i guadagni ottenuti trafficando col mercato nero, inaugurò un negozio di abbigliamento che ebbe un immediato successo. Se andate a Marsala, nei pressi d‘a Loggia, potete scegliere da un vasto campionario ed acquistare una vivace cravatta od una bella camicia di marca, il negozio è ancora oggi in florida attività.

Perle di vetro
    La seconda vicenda è quella che prende l’avvio dalla generosissima vita di Angelo Scarpa. Sposato con Eleonora Barovier, che come altri Barovier erano vetrai a Murano, Angelo, nella società liberale, fu un padrone irrimediabilmente destinato al fallimento economico. Illuminato dagli ideali del primo vero socialismo, quello di Proudhon e di Turati per intenderci, credeva nel progresso civile e nella necessità sociale del mutuo soccorso, della solidarietà che andava manifestata ad ogni essere umano. I suoi dipendenti percepivano una paga superiore ai loro colleghi che lavoravano per altri forni ed erano trattati con assoluto rispetto ed indulgenza. Ma, in tutta franchezza, era come un fragile vaso di vetro soffiato collocato tra gli zoccoli di una mandria di tori infuriati.
    Quando Angelo morì, sua moglie si trovò talmente piena di debiti che, per far fronte ai creditori, fu costretta a licenziare, uno alla volta, gli operai e infine a svendere il forno ad un parente che seppe subito approfittarne. Ma neanche questo sacrificio bastò a sistemare definitivamente la sua penosa situazione economica. Con quattro figlie ancora da crescere si era ridotta alla disperazione; i bottegai iniziarono a non farle più credito, troppi quadernetti avevano riempito, e proprio non sapeva come fare per tirare avanti.
Allora Eleonora, una mattina, si sedette davanti all’uscio di casa e, con la bimba piccola in grembo ed ingoiando lacrime amare, a tutte le persone che le passavano davanti, poiché a tutte suo marito aveva prestato dei soldi o fatto dei favori, chiedeva almeno qualcosa indietro. Inaspettatamente solo pochissimi restarono indifferenti. Alcuni le consegnavano delle piccole somme, altri del pesce appena pescato, della farina di mais bianco per la polenta, delle verdure degli orti di Sant’Erasmo … con rispetto, poiché la povera donna non stava domandando l’elemosina. Così fu quasi ogni giorno, per tutto il tempo che Eleonora e le sue ragazze restarono a Murano. Poi anche la casa dovette essere venduta così si trasferirono in terraferma, nei pressi di Dolo, accolti in un anonimo alloggio popolare costruito rasente alla torbida acqua del Brenta. E basta.
 
Il lascito di una brava donna
    Questa terza storia narra di altre ricchezze che non derivano dai soldi.
Maria per molti anni era vissuta in Germania dove, per più di mezza giornata oltre lo straordinario, aveva lavorato alle catene di montaggio della Volkswagen, reparto verniciature. Durante quelle ore di duro impegno, visto che non poteva parlare con nessuna collega, pensava molto e iniziava a capire le irragionevoli dinamiche che regolavano la vita e il liberismo economico. Si era iscritta ad un sindacato e, quasi unica tra le straniere, aderiva a tutti gli scioperi che venivano proclamati perché voleva poter affermare che, quando le condizioni degli operai miglioravano, questo era anche per merito suo. Un giorno conobbe un modicano bassino, orecchie a sventola, capelli ricci allisciati da una quantità esagerata di brillantina, baffetti, con un nome buffo, Ermete, che non sapeva nemmeno ballare. Se ne innamorò, se lo sposò, vennero i figli e dopo troppi anni di sacrifici e umiliazioni, riuscirono a tornare in Sicilia.
A quel punto Maria poteva pensare di meritarsi un’esistenza serena, scegliere la tranquillità chiusa nei doveri dovuti alla famiglia, ma la sua indole la portava ad accostarsi alle sofferenze degli emigranti, di quegli esseri umani che sono le deboli vittime di un mondo turpe ed equivoco, travagliato teatro di diseguaglianze e tragedie. Maria dava accoglienza ed affetto ai sofferenti che avevano traversato il mare su barcacce colme di giuste speranze e di troppo azzardo. Quando poteva li aiutava a districarsi nei meandri delle logiche burocratiche e poliziesche, si interessava di trovare alloggi e lavoro per dare un minimo di sicurezza e dignità a quelle esistenza sradicate dai loro affetti. Per questo suo impegno era stimata e ben voluta, anche se alcuni suoi compaesani vedevano di mal occhio quella presenza di estranei che venivano stimati, sicuramente, tutti ladri e bruti; che rubavano posti di lavoro agli italiani e che quindi, dichiaravano i bravi cittadini, dovevano essere rispediti al proprio paese d’origine a morire lontano dai nostri sguardi cristiani. Un pensiero povero, meschino e razzista che indica gli extracomunitari diversi da noi e, solo per questo, fragili nemici da respingere dietro quei confini tracciati con del filo spinato e imposti dall’avidità delle Borse.
Un giorno a Maria fu diagnosticata una malattia che le era entrata dentro e cresciuta, poco alla volta, con ogni respiro fatto in fabbrica. Non impiegò molto a comprendere quello che nessun medico ebbe mai la forza di dirle chiaramente. Si guardò allora attorno per vedere quello che avrebbe lasciato preoccupandosi, anche in quel drammatico frangente, per quelli che restavano. Per il marito che si sarebbe trovato da solo a portare avanti una famiglia numerosa, per i figli che sarebbero rimasti senza le cure di una donna ed immediatamente capì cosa doveva fare. Tra le emigrate di sua conoscenza, per un aiuto nei servizi domestici che l’avanzare della malattia rendeva sempre più gravosi, assunse un’ucraina brava e lavoratrice, poi mise in atto una serie di combinazioni in modo che, tra questa signora ed Ermete, potesse nascere un sentimento che andasse ben oltre il rispetto e l’amicizia. Con qualche pretesto li lasciava sempre più spesso in casa da soli, si attardava nelle faccende esterne e, a parenti ed amici, non mancava di dichiarare la sua fortuna nell’aver trovato una donna simile. Ne lodava le capacità in cucina o nel rassettare le stanze e i letti, l’estrema pulizia, la gentilezza.
Quando venne il momento Maria se ne andò serena. Lasciava ogni cosa come l’aveva voluta e costruita, sicura di aver allontanato dai suoi cari il caos e la disperazione. Ermete, trascorso il tempo dovuto, si risposò con la bella e brava ucraina dando ai figli una nuova madre che negli anni a seguire li amò tutti con costante sincerità.

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