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Calo l'asso, piglio tutto e che paghi il presidente!

  
Tito Tazio, chi era costui?
 
Quando frequentavo le elementari la materia che più mi piaceva era Storia sebbene, in quegli anni, per le maestre ancora orientate dalla riforma Gentile, la Storia d’Italia era quasi esclusivamente l’esaltazione del Risorgimento e della grandezza di Roma, caput Mundi, con le fantasiose imprese dei suoi personaggi. Non era come adesso che la scuola, inserita com’è nel mercato globale, tende a plasmare dei perfetti e sciocchi consumatori senza alcun senso critico, a quei tempi il suo fine pedagogico era essenzialmente quello di formare dei cittadini ubbidienti alle gerarchie, invasati dall’amor di patria, timorosi delle leggi degli uomini e di Dio. E allora si perdevano ore di lezione nell’inutile lettura della morte cruenta di coraggiose piccole vedette lombarde o nella narrazione delle vicende di eroi assolutamente inventati.
A me però andava bene anche così poiché mi aiutava a fantasticare di falangi corazzate di scudi e irte di lunghe lance, quasi ne udivo il cozzo, di bandiere sfilacciate dal vento e da mille battaglie, di campioni superbi ma leali, a volte quasi altruistici. Interrogato ripetevo a pappagallo i sette re di Roma tutti in fila; la feuilleton celebrata come il Ratto delle Sabine e la conseguente guerra tra Romolo, giusto fratricida, e il re sabino Tito Tazio; la disfida dei tre fratelli Orazi opposti ai tre fratelli Curiazi nella lunga contesa Roma vs Albalonga vinta dai romani, più che con la forza, con l’intelligenza e le superiori qualità podistiche e, ancora, il conflitto che, nel 508 a.C., contrappose Roma agli Etruschi guidati dal condottiero Porsenna.
Per gli autori di quei libri di Storia questa guerra contro gli Etruschi si era rivelata come la manna dal cielo. Scrivevano di Orazio Coclite, chiamato così poiché monocolo, che seppe difendere un ponte di legno che permetteva l’ingresso alla città. Pensate, da solo, per giunta menomato da un occhio, contro l’intero esercito nemico! E della giovane Clelia che, con altre nobili amichette, fu coinvolta in un giro di ostaggi e di come tutte quante seppero mantenere intatta la loro virginea fierezza romana. E ancora quella storiella di Muzio Cordio infiltratosi nella tenda del comandante dell’esercito rivale con l’intento di ucciderlo. Pugnalò invece un povero scriba dimostrando che, comunque vada, è sempre la spada che ne uccide più della penna, fu afferrato e condotto dinanzi a Porsenna. Di fronte al re nemico Muzio, per castigarsi del fatale errore commesso, senza scomporsi, pose la mano destra ad ardere sulle fiamme di un braciere dichiarando:            - Punisco la mano che ha fallito.
Questo gesto di coraggio, chissà poi perché?, intimorì così tanto gli Etruschi che senza indugio alcuno si affrettarono a chiedere la pace con Roma. Con tutto ciò, da quanto tramandato, non risulta che, a seguito di quel sacrificio, a Muzio vennero elargite terre o schiave per spassarsela anzi, da allora, fu motteggiato dai monelli capitolini come Scevola, cioè Monco. Bella riconoscenza!
Si scriveva delle oche starnazzanti del Campidoglio, pennute e attente sentinelle della patria contro gli assalti dei barbari Galli e del limpido esempio dell’onesto Attilio Regolo. Attilio Regolo era un generale che fu catturato dai Cartaginesi i quali pensarono tornasse conveniente rimandarlo libero a Roma con l’incarico di convincere i suoi concittadini a porre fine alla guerra e ad arrendersi. Cosa che naturalmente il nostro coraggioso Attilio non fece anzi, reputando che la città africana fosse allo stremo delle forze, esortò i saggi senatori dalle lunghe barbe bianche a proseguire il conflitto sino alla sicura vittoria romana. Poi, come aveva promesso al nemico, tornò a Cartagine per avvertirli che iniziassero seriamente a preoccuparsi poiché la guerra continuava. Questo discorso fece così tanto imbestialire i cartaginesi che, non badando affatto alla nobiltà del bel gesto di Attilio, lo fecero rotolare giù da una collinetta ben chiuso in una botte irta di chiodi con le punte rivolte verso l’interno.
E pensare che tutte quelle ore sprecate ad ascoltare e a studiare quelle frottole senza alcun fondamento di verità, potevano essere utilizzate da noi studenti per imparare la Storia vera. Si, ma sappiamo realmente qual’é la Storia vera?

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