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Quel che la Libia ci deve ancora restituire

Vi voglio narrare una storia che ascoltavo nelle piacevoli serate dell’estate siciliana, al tempo in cui nessuno pensava di portarsi in villeggiatura il peso di un Telefunken o di un Philips a valvole e, con i vicini, si riusciva ancora a parlare dell’importanza dei nostri piccoli mondi. Erano i primi anni sessanta del secolo scorso e passavo alcune settimane delle mie vacanze in contrada Casabianca da uno zio che, avendo avuto in affido una vecchia abitazione, vi trascorreva alcuni mesi dell’anno. Quella casa mancava di acqua corrente e di corrente elettrica ma era abbastanza luminosa poiché metà del tetto mancava del tutto. Nonostante questo apparente svantaggio era ugualmente bella, anzi di più, poiché la notte mi addormentavo con mia zia che, mentre contavo le stelle, mi assicurava sull’esistenza di straordinarie civiltà aliene.
Dopo cena, già col buio e nei pressi del pozzo che caratterizzava il Chiano de’ Pazzi, ognuno con la sedia che si portava da casa, ci si riuniva in compagnia dei componenti di altre tre o quattro famiglie, poi qualcuno cuntava ‘u cuntu. I cunti erano pressoché sempre gli stessi, estate dopo estate, e trattavano essenzialmente di argomenti spassosi. Si sogghignava nel rievocare gli scherzi fatti alla signorina Maria Cammi, un’attempata mestrina alla quale erano stati fatti mangiare dei cioccolatini purgativi e della conseguente fulminea diarrea; del come accadde che un introverso pianista balbuziente riuscì a stupire ed emozionare, nentirimeno che, il grande maestro Arturo Toscanini; con le cronache di epiche spedizioni di caccia terminate in furbesche ruberie di uva o agrumi ai danni di contadini gonzi o di distinti aristocratici; di bastimenti carichi di soldati italiani che salpavano per l’Africa Orientale … e di come fu che una gamba di un’ardita Camicia Nera contribuì a rinvigorire alcuni guerriglieri libici.
Ora, non è che ricordo bene questo fatto preciso ma, tra i villeggianti, c’era un trapanese a cui mancava la gamba destra. Lui raccontava che, negli anni del regime fascista, si era offerto volontario per arruolarsi in fanteria poiché era fermamente convinto dell’immancabile destino che il Padreterno - e giù uno svelto segno della croce - e la sua emanazione terrena, il duce Benito Mussolini, stavano compiendo per l’amata madrepatria. Aveva combattuto l’uguaglianza sociale e ogni istanza di libertà nella Guerra di Spagna contro gli anarcosindacalisti e i bestemmiatori, poi l’avevano spedito in Africa dove si impegnò a massacrare altri poveri innocenti. Armato del consueto sprezzo del pericolo dei fasisti, di un fucile semiautomatico modello 1891 e di bombe a mano Balilla quasi innocue, era sempre il primo nell’assalto contro il nemico, ma così primo che un giorno si spinse troppo in avanti senza accorgersi che nessuno dei suoi, più prudenti, commilitoni lo aveva seguito. Inaspettatamente si trovò da solo in mezzo ad una banda di guerriglieri libici che, chissà perché?, non lo ammazzarono all'istante ma lo presero prigioniero.
A guerra terminata e con l’immancabile destino tragicamente fallito fu riconsegnato, più morto che vivo, alle dilette sponde italiche. Raccontava che, appena sbarcato al porto di Palermo, si inginocchiò per baciare le balate del molo rendendo grazie a Sant’Agata e a Santa Rosalia giacché, nonostante tutto, gli era finita anche bene. Vista la situazione generale era in condizioni abbastanza accettabili, tranne per il fatto che gli mancava una gamba.
Questa invalidità gli permise di tirare una misera pensione che lo Stato, riconoscendo il suo patriottico sacrificio, ebbe la bontà di concedergli. Per il resto fu obbligato ad una vita di solitudine. Le due beate che in precedenza sembrava l’avessero soccorso, probabilmente distratte da altre assillanti suppliche, dovettero abbandonarlo poiché, così menomato, faceva impressione e nessuna ragazza se lo volle sposare. Nonostante i considerevoli traffici di vecchie ed avide mezzane, gli si presentarono solo abboccamenti con emaciate vedove di guerra già fornite di numerosa ed affamata prole, con povere femmine ritardate mentali, con donne illibate ma irrimediabilmente baffute. L’infelice guerriero a riposo fu allora costretto a vivere con la mamma, una donna estremamente grassa e parecchio fastidiosa che, scuotendo la testa, non mancava mai di ricordare in ogni occasione quanto fosse stato sfortunato ‘u sò poviru figghiu.
Di quella mutilazione poi, come fu e come non fu, lui raccontava che, negli anni cruenti della guerra, nemmeno i libici se la scialavano ed il loro pensiero primario non era tanto combattere contro gli italiani o i tedeschi ma, essenzialmente, cercare di trovare acqua e cibo per tirare avanti. Tant’è che una notte, in pieno deserto, al freddo e con la fame che torceva le budella, quei selvaggi gli tagliarono una gamba, l’arrostirono accendendo la cacca dei cammelli e se la mangiarono. A lui non diedero nemmeno l’alluce da rosicchiare.
Stranamente questa storia disumana, a noi bambini, ci faceva sbellicare dal ridere, forse perché nessuno realmente voleva credere che i fatti fossero andati in quella maniera lì. Chiedevamo insistentemente la verità sul come quel signore avesse perso la gamba, ma la risposta dei grandi era sempre la stessa, categorica: - Gliel’hanno tagliata e mangiata gli africani! I cannibali, capite? E chista è ‘a verità.

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