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Calo l'asso, piglio tutto e che paghi il presidente!

  
Il cuoco: - Bene, ecco le mie bretelle!
“Il compagno B.”, 1932, film diretto da G. Marshall e R. Mc Carey, con S. Laurel e O. Hardy

Olivetti & Bottarga

Nei primi anni del 1980 abitavo, in via del tutto provvisoria, a Castiglione dei Pepoli, un infelice paesino sull'Appennino tosco emiliano e mi venne a trovare il mio amico Franco Leggio. Figuratevi, due siciliani lontani dalla propria terra, parlammo tutta la sera della Sicilia ed io lo divertii con le veritiere storie di un mio parente da tutti conosciuto come 'u baruni.
L'indomani lo accompagnai a Pistoia poiché doveva editare un libro ed era necessario che incontrasse Aurelio Chessa. Io Aurelio non lo conoscevo personalmente ma sapevo che rappresentava una parte importante nella storia del movimento anarchico. Sapevo anche, per sentito dire, del suo carattere impetuoso e impulsivo. Aveva rotto con la Federazione e si era scontrato con alcuni compagni ma cosa avevo da temere?, io stavo con Franco.
Arrivammo all'archivio che gestiva proprio mentre stava discutendo, naturalmente abbastanza concitatamente, con un signore che, mi parve di capire, aveva a che fare con il Comune. Il tutto mi riguardava poco, quindi diedi un'occhiata ai libri che erano ammucchiati su di un tavolo. Assieme a libri e a periodici, su quel tavolo, c'era anche una ingombrante macchina da scrivere meccanica che Aurelio mi diede da portare via quando, finalmente, ce ne andammo. Ero il più giovane e potevo sopportare quel peso. Ormai era ora di cena, riuscimmo a comprare un paio di bottiglie di vino rosso e ci avviammo verso casa sua. Il menù che l’ospite ci proponeva si limitava a degli spaghetti aglio e olio insaporiti dalla bottarga, forse era il suo piatto preferito.
Aurelio mi diede l'incarico di grattugiare un bel pezzo di costosissima bottarga, ma poi mi abbandonò distraendosi nella conversazione con Franco. Loro parlavano ed io grattavo, io grattavo e loro parlavano, loro parlavano ed io grattavo... mi bloccò in tempo per evitare che mi ferissi le dita sui denti d'acciaio della grattugia. Sotto le mie mani si era formata una ragguardevole piramide di bottarga che spandeva nella stanza tutti gli odori del mare.
Abbastanza intimorito, memore del suo carattere irascibile, guardai Aurelio e, non sapendo come giustificare il mio ardore, gli chiesi: - E adesso, di tutto questo, cosa ne facciamo?
Ci pensò un attimo, guardò Franco che stava per intervenire in mio soccorso, poi mi rispose: - Ce lo mangiamo - ma nelle sue parole mi parve di notare che non ci fosse molto entusiasmo.
Quella sera io parlai poco ma cenammo benissimo e bevemmo vino più del dovuto, probabilmente tutta quella bottarga stimolava la sete.
Ce ne andammo lasciando questa situazione:
Aurelio, più povero di bottarga;
Franco, più ricco di una poderosa macchina da scrivere marca "Olivetti" che dopo alcuni anni rividi nei locali del gruppo anarchico di Ragusa;
io, estremamente felice di aver conosciuto un nuovo compagno, Aurelio per l'appunto, ed esserne uscito, nonostante tutto quel frenetico grattare, indenne.
Così è andata quella volta.

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