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Calo l'asso, piglio tutto e che paghi il presidente!

  
Scrivo questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca,
d’inverno, con la sola giacca addosso,
dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi
con frasi in madrelingua.
Nella tazza si raffredda il caffè.
Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi
la torbida pupilla con l’ansia di fissare nel ricordo
questo paesaggio, capace di fare a meno di me.
Josif Aleksandrovic Brodskij, Strofe veneziane, 2, VIII

Le mirabolanti avventure della salma di Josif Aleksandrovic

Maledetto il giorno in cui scrissi l’estrema volontà che le mie spoglie mortali riposassero all’isola di San Michele a Venezia. Come potevo immaginare tutte le peripezie che avrei patito per  questa desiderio apparentemente innocuo?
Un attacco di cuore mi fermò mentre ero nel mio appartamento di Brooklyn. Fuori un’eccezionale nevicata umiliava e metteva in ginocchio l’ininterrotta frenesia esistenziale della città di New York, così me ne andai via in silenzio. Seguì un funerale americano, meramente formale ma alquanto toccante. Un’agenzia funebre pensò alle pratiche burocratiche, alla scarna funzione religiosa con i pascoli del Signore ed al corteo di nere limosine necessarie per spostare gli amici che volevano accompagnarmi in quello che tutti credevano fosse il mio ultimo viaggio terreno. Mia moglie non volle che mi sotterrassero in un prato, disse che non poteva sopportare il pensiero che i vermi mi rosicchiassero ed allora mi tumularono in alto, dentro una specie di muro con i loculi a schiera. Accesero una fiammella ritenuta perenne, si abbracciarono a vicenda e poi andarono via lasciandomi assolutamente solo. E, fino a quel punto, ognuno credeva che la cosa fosse terminata così.
All’apertura del testamento, come postilla finale, venne fuori quel mio particolare desiderio. Venezia era sempre stata la mia città di elezione e lì, avevo lasciato scritto, avrei voluto che riposassero le mie spoglie mortali. La mia amata moglie, poveretta, dovette ricontattare l’agenzia del funerale che, con contrita professionalità ed in tempi veramente brevi, provvide al mio ulteriore prelievo ed all’imbarco sull’aereo che doveva portarmi in Italia. Una protesta a chi di dovere: mi spiace ma sono costretto a denunciare che il viaggio non fu dei migliori. Già i facchini che caricarono il feretro nella stiva del velivolo, peraltro facendo irriferibili gestacci, mi sbatacchiarono senza alcun rispetto; poi, saranno stati i sobbalzi dei vuoti d’aria, particolari evoluzioni aeree o che altro ancora, le viti che ne bloccavano il coperchio si allentarono e così feci un viaggio molto ma molto movimentato che alterò l’esatta conservazione della mia, ormai fragile, struttura fisica.
Atterrati in Italia, sempre con poco riguardo, qualcuno mi risistemò e, anche per occultare i danni subiti dalla mia persona, il coperchio fu ben inchiodato alla bara. Del successivo viaggio in macchina non posso dire molto, tranne l’ininterrotto disturbo della pessima musica italiana che l’autista ascoltava a tutto volume e che accompagnava con una voce stridente, gli scuotimenti causati da alcune brusche frenate, le buche presenti sul manto stradale che non venivano mai evitate e le curve abbordate sempre troppo velocemente.
Finalmente arrivai a Venezia, un merletto che sorgeva dalla laguna. Lì mia moglie mi attendeva per trasportarmi, l’indomani mattina di buon’ora, all’isola dei morti che, tuttavia, potemmo raggiungere solo nel tardo pomeriggio giacché un’eccezionale acqua alta non permetteva il passaggio dei barconi sotto i ponti. Approdammo a San Michele che era quasi buio. I becchini avevano già provveduto a scavare una profonda buca rettangolare adiacente ad un altro esule russo, l’impresario teatrale Sergej Pavlovic Djagilev creatore del balletto russo e dialogando con lui, mi illudevo che avrei affrontato l’eterno vuoto che mi aspettava. Di quella vicinanza ne ero onorato ma, d’altronde, sarebbe stato un vanto anche per lui avermi vicino, non a caso in vita mi avevano assegnato il Premio Nobel per la poesia!
Adesso non andate via poiché, se credete che questa storia finisca qui, non potete pensare nulla di più sbagliato.
Il cimitero di Venezia risulta diviso in tre settori o recinti: c’è quello cristiano, quello degli evangelici e quello greco-ortodosso dove per l’appunto, ingenuamente, mi avevano seppellito. Non passò molto tempo che la mia sepoltura in quel settore diede l’occasione a qualche ottuso religioso di sentirsi profondamente oltraggiato. Dissero, naturalmente trovando troppi consensi, che in vita ero stato un evangelico e quindi risultava offensivo ed intollerabile che i miei resti dimorassero in compagnia dei loro defunti ortodossi. A me sembrò veramente una grande erunda, ma pensate che mi diedero ascolto? Non ero più in vita e il mio parere non venne minimamente preso in considerazione.
Ancora una volta fui disseppellito e traslocato nella zona dei protestanti dove mi trovarono un posto poco distante da Ezra Pound e dall’ambasciatore inglese sir Ashley Clarke. Sir Clarke era una persona gentile, ma, così in un primo momento, la vicinanza di Pound mi risultò odiosa ed insopportabile. Tuttavia stavo anche capendo che, in quel posto oscuro, le situazioni assumono altre prospettive e vanno viste da un’altra angolazione. In fin dei conti andava bene anche quella collocazione li e mi sembrò di avere validi motivi per ritenere che ormai fosse tutto veramente pronto per il giusto, e definitivo, eterno riposo.
I becchini iniziarono a scavare ma, dopo essere andati giù per poco più di un metro, trovarono tantissime ossa umane, probabile residuo di una precedente fossa comune. Pensarono che fosse meglio interrarmi quasi raso terra … poi si mise a piovere. Venne giù un tale diluvio che solo un Dio biblico riesce ad immaginare, la marea salì ed ogni cosa si inzuppò così tanto che la bara fu risputata dalla terra mettendosi a galleggiare nel pantano. Mi sembrava di essere su di una gondola sballottata dal moto ondoso del Canal Grande e, credetemi, era una situazione fastidiosissima. La cassa, che indiscutibilmente non era stata progettata per tutto quel trambusto e che risultava già abbastanza provata dai precedenti avvenimenti, si sfasciò quasi subito e, se fossi stato vivo, a quel punto sarei stato colto dal panico.
Quando il sole tornò a splendere ed illuminò tutto quel disastro ero davvero a pezzi, infangato e sconfortato. Fui rimesso, in una qualche maniera, in ordine, la fossa fu riscavata e mi ci sistemarono nuovamente. Per evitare altre circostanze spiacevoli ci poggiarono sopra una pesante lastra di marmo, quasi a mettermi in sicurezza con quel pesante coperchio.
Adesso sono ancora lì e vi aspetto.
p. s.: potete venire a trovarmi ed è bello che mi ricordiate ancora, però smettete, per favore, di portarmi sassi, fiammiferi, sigari, matite, penne e romantiche poesie scarabocchiate su foglietti. Non me ne faccio niente e ormai preferisco passare il mio tempo a parlare di calcio e doping con il mago Helenio Herrera Gavilàn.

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