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Calo l'asso, piglio tutto e che paghi il presidente!

  
Cù rici che lù carciari è galera,
a mia ‘mi pari ‘nà villeggiatura.
‘Annà passari sti vintinov’anni
unnici misi e vintinove jorni.

canto di carcere


La villeggiatura


Anche se la voglia di studiare era veramente  poca, dopo il diploma di perito elettrotecnico mi ero iscritto all’Università di Palermo, facoltà di Lettere Moderne. Erano iniziati gli anni ’70 del secolo scorso, la meglio gioventù galoppava inquieta alla ricerca di nuove praterie da percorrere e, con due amici, avevo affittato un piccolo appartamento al secondo piano di una vecchia casa in Vico Scoppettieri, non molto distante dal mercato dà Vucciria.
Era un periodo di spensieratezza libertaria che sembrava essere l’avanguardia di importanti cambiamenti sociali ed nostro desiderio primario era quello di essere partecipi e non spettatori degli eventi futuri. I gruppi anarchici palermitani erano ben radicati all’università e nei quartieri popolari, facevano controinformazione con ciclostilati, i loro manifesti autoprodotti si potevano leggere nelle bacheche dei Cantieri Navali e sui muri dei quartieri più popolari. Nonostante che alcune pellicole proiettate fossero veramente indigeribili (una per tutte, indelebile nella mia memoria, “Solaris” di Andrej Tarkovskij), una folla di studenti accorreva al cineforum proposto da “l’Antocha”; poi gli scioperi e le manifestazioni del “Nestor Machno” che si concludevano sempre davanti al Teatro Massimo dove anche le statue sventolavano bandiere rossonere e nere con una grande A cerchiata; l’arrivo del Living Theatre con Julian Beck e Judith Malina a rappresentare “Seven Meditations on Political Sado-Masochism” per le strade della città denunciando la violenza di banche, caserme e chiese; il convegno dei gruppi anarchici siciliani quando dormimmo dentro il cassone di un camion mettendo, sotto il tergicristallo, un biglietto dove invitavamo l’autista a svegliarci prima di partire; il corteo per protestare contro l’assassinio in cella di Ulrike Meinhof della banda Baader-Meinhof. Quella fu la prima manifestazione a cui partecipai e, quando un manifestante perfettamente sconosciuto a tutti iniziò a lanciare sassi, fummo violentemente caricato dalla polizia e dai carabinieri. Per sfuggire alle botte, con alcuni compagni, ci disperdemmo tra i banchi di un mercatino e, vista la nostra paura, un ambulante ci volle aiutare. Ci fece nascondere sotto la sua bancarella dicendoci qualcosa in palermitano stretto che, tradotto in italiano aulico, voleva significare pressappoco questo: - Piantatela di frignare, pezzi di fessi, che adesso vi tiro fuori da questo imbroglio.
Al primo piano, proprio sotto il nostro appartamento, abitava una donna, di età indefinibile, con due figli maschi e due femmine. Il capo famiglia era in villeggiatura e ogni mattina quella signora cacciava fuori di casa i maschi e non li faceva rientrare se non dopo l’ora di cena, verso le nove o le dieci di sera addirittura. A noi questo modo di fare, così lontano dai comportamenti canonici delle mamme esemplari, sembrava fin troppo riprovevole. Dove andassero in giro tutto il giorno quei bambini e dove trovassero i soldi per mangiare era facile da immaginare: furti di batterie e ruote di automobili, scippi di collanine d’oro e chissà cos’altro, quella era la loro formazione. Le bambine invece, quando non erano a scuola, stavano in casa e solo di rado uscivano con la madre per andare al mercato.
Un giorno questa signora bussò alla nostra porta e, quando andai ad aprire, mi diede proprio fastidio vederla. Carico di stupido rancore la guardai proprio in faccia e, volutamente, non la invitai ad entrare. Aveva in mano un piatto di lumachine portatele da suoi parenti, le aveva preparate cuocendole con pomodoro e menta e ce le offriva. Io immediatamente rifiutai, perché piuttosto non dava quel cibo ai suoi figli così da non essere costretti a doversi arrangiare fuori casa?
-Chi vulite - mi rispose - iddi sannu spirugghiarisìlla, sù abbituati; inveci viautri site sturenti, lontanu da casa e avite bisognu chi quarcuno vi badi.
Quelle parole mi spalancarono la mente facendomi finalmente capire la forza e la bellezza di quella donna. La sua economia, non permettendole di reggere una famiglia così numerosa, la costringeva a separarsi dai figli maschi per sostenere, con quel poco che riusciva a comprare, almeno le femmine. Se aveva un qualcosa in più lo dava comunque a chi si dimostrava più debole, a chi reputava ne avesse più urgenza. In quel caso proteggeva noi studenti dello spaesamento, ci valutava, dato che eravamo lontani dalla protezione familiare, incapaci di superare i disagi quotidiani, anche se la differenza d’età tra me e il suo ragazzo più grande doveva essere di almeno dieci anni.
Dopo le lumachine, presa una certa confidenza, iniziò a portarci verdure bollite e saltate con l’aglio, grosse porzioni di pane fatto in casa, uova fresche di campagna. In quelle occasioni parlavamo sempre di un qualche argomento ma non volle mai esprimersi sul marito, sui figli maschi, sui familiari che avrebbero potuto aiutarla. Quando seppe che eravamo simpatizzanti dell’anarchia, all’inizio scambiò quella parola per la monarchia poi, capendo il suo effettivo significato, si dimostrò molto critica e scettica. Ma, dopo che confrontammo i propositi di questo pensiero con quelli delle cosiddette democrazie, dichiarò che in una società anarchica, probabilmente, la sua vita e quella dei figli sarebbe stata diversa, con un’altra dignità. Di suo marito, che forse non sarebbe avuto motivi per farsi mandare in villeggiatura, non accennò nemmeno con quell’argomento.
La lezione che seppe darci fu sicuramente molto importante: non giudichiamo nessuno per le cose che ci sembra di capire con facilità poiché potremmo sbagliarci.
Nel corso della mia vita ho conosciuto, e dimenticato, moltissime persone ma di quella donna piccola ma speciale, vedete?, scrivo ancora.


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