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Calo l'asso, piglio tutto e che paghi il presidente!

  
Foraggio, soma e bastone son per l’asino: pane, punizione e lavoro per il servo.
Mandalo a lavorare come è adatto a lui: se non obbedirà, mettigli catene più pesanti.

Ecclesiastico (200 a.C.?) XXIII, 24, 28


L’Adunata dei Refrattari


Il Bianco Mangiare dà zì Titì
Come già ormai saprete ho vissuto le estati della mia adolescenza a Marsala. Nella casa di mio nonno il cavaliere Giuseppe, nominato Paccolino, si spintonavano due famiglie: mia madre Agata, vedova con tre figli e sua sorella Maria, con suo marito e altri tre ragazzi. Poi c’era ‘a zì Titì, piccola e gracile ma sana, che usciva di casa, estate e inverno, sempre con indosso lo stesso spolverino il cui colore da nero, col tempo, era diventato verde smeraldo.
Titì, diminutivo di Caterina, era la sorella del cavaliere che di professione faceva il fotografo d’arte con Gran Diploma al Merito conferitogli nel 1922 dalla Foto Bayer ed era rimasto vedovo a causa di un bombardamento che, come angeli vendicatori, i liberatori americani ritennero strategicamente indispensabile compiere su una città indifesa. Un bombardamento devastante che causò quasi mille morti incolpevoli, tra questi miseri ci fu anche la mia povera nonna della quale ho sempre saputo che morì, non reggendole il cuore, terrorizzata dalle bombe alleate e assolutamente nient’altro.
‘A zì Titì, che non si era mai voluta sposare, strinse un vasto affiatamento con giaculatorie propiziatorie, rosari, santini e madonne varie. Per guadagnare qualcosa, tagliava e cuciva, in nero, neri abiti da prete. Sotto pressanti insistenze, mi permetteva di prendere i ritagli di stoffa che le avanzavano poiché il mio divertimento era preparare delle bellissime bandiere pirata. Ad un certo punto arrivai a possederne addirittura cinque o sei, ma ne ero in parte deluso, sventolavano male poiché la vernice bianca che adoperavo per dipingere teschio e tibie incrociate le rendeva troppo rigide.
Oltre al fatto che nascondeva nelle mie tasche dei minuscoli pani benedetti a sicura protezione dalla caduta dei fulmini, ‘a zì Titì era incaricata di farmi una peretta, o clistere, all’indomani del mio arrivo dal collegio per le vacanze estive. Sgomento la vedevo ungere d’olio d’oliva il puntale dell’attrezzo inquisitorio e, con il sedere in aria, mi consegnavo alla sua delicatezza. Sentivo l’acqua tiepida gorgogliarmi dentro, poi dovevo trattenere lo stimolo di precipitarmi in bagno per quanto più tempo mi era possibile, così da ottimizzare il salutare lavaggio purgativo. Ora questa storia della peretta, 200 o 300cc di acqua sono sufficienti a provocare una scarica, non è una cosa del tutto negativa ed andrebbe ripresa poiché, con naturalità e senza l’intervento di sostanze chimiche, permette una buona pulizia degli intestini compiendo anche una blanda azione antinfiammatoria. Comportamento utilissimo, per esempio, dopo le insensate abbuffate natalizie. Ma torniamo alla nostra storia.
Era lei, m’è zì Titi, che mi portava al porto a guardare le barche e in stazione, fortunosamente in sintonia con i puntuali ritardi sull’orario ferroviario, a vedere i treni che arrivavano da Palermo, e suonava una campanella con un suono, o da Trapani, e suonava un’altra campanella con un suono diverso. Mi parlava continuamente degli straordinari miracoli dei beati e della virtuosa vita dei papi, tanto che la parolaccia più potente che riuscivo ad immaginare in quel periodo era: - Demonio! Diavolo!
Dormiva nel vecchio studio fotografico di suo fratello, un’esotica serra che era stata usata come teatro di posa sino a quando non arrivò l’energia elettrica sufficiente ad accendere i fari necessari. Questa stanza, popolata da ruvidi gechi grigiastri - premonitore di disgrazie imminenti sarebbe stato l’avvistamento di un mitologico rettile con due code - divenne poi inutilizzabile conservando comunque, unica cosa di intatto lì dentro, un fascino speciale per le ampie vetrate opache saldate con strisce di stagno e piombo. Uno degli inconvenienti di quell’architettura era che, quando pioveva, dovevamo correre con vaschette e bacinelle per sistemarle a raccogliere l’acqua che, in abbondanza, gocciolava dentro e dovevamo sperare che qualche lastra, un giorno o l’altro, non ci cascasse sulla testa. Che i panetti in tasca garantivano una copertura anche da quella disgraziata eventualità?
Avrete intuito che, in quella casa di via Roma al civico 73, dolci non ne entravano, forse una pasta genovese le rare volte che Paccolino azzeccava un ambo ma, qualche pomeriggio, ‘a zì Titì ci preparava il Bianco Mangiare, il medievale Blanc Manger francese che, dal XII secolo si diffuse in Val d’Aosta prima e poi in Sicilia, nell’antica Contea di Modica. Amava prepararci quel budino che ci narrava essere sempre presente, da tempi immemorabili, sulle tavole dei nobili viziosi e, naturalmente, dei ricchi cardinali palermitani.
Le dosi erano sempre fatte ad occhio ma credo che ‘a zì Titì, in un pentolino, facesse stemperare quattro cucchiai di farina 00 con mezzo litro circa di latte intero - allora non esisteva lo scremato - e zucchero a suo criterio. Facendo attenzione a non formare grumi, portava a leggera ebollizione girando senza interruzione con un mestolo di legno. Lavorava così, con la fiamma bassissima, finché il tutto assumeva una densità percepibile e infine aromatizzava con una sottile buccia di limone e della cannella in polvere. Versava il budino in sei tazze e poi gli toccava difenderlo dai nostri assalti poiché diceva che era meglio consumarlo freddo. Non so se dicesse il vero poiché veramente freddo non l’ho mai mangiato.
Nell’attesa che lo scarso contenuto della mia tazza giungesse a temperature accettabili, fantasticavo di alloggiare in un maestoso palazzo borbonico. Al centro di un enorme salone, tra arazzi multicolori e armature scintillanti, comodamente sprofondato in una poltrona damascata, brandivo uno sproporzionato cucchiaio d’argento mentre una processione di ossequiosi paggi, in ricche livree e con vivaci cappellini piumati in equilibrio sulla testa, mi servivano incessantemente coppe colme di Bianco Mangiare, fino a non poterne più.
Che buono che era, ma per noi che, come spesso dichiarava zia Maria, eravamo a tal punto avidi che ci saremmo volentieri mangiati anche ‘a cupola dà Matrice, risultava sempre troppo poco.

Pic-nic anarchici e coscette di pollo
Mè zì Santino, a Marsala uno dei primi aderenti al Partito Comunista d’Italia, regolarmente riceveva dagli Stati Uniti un periodico, “l’Adunata dei Refrattari” che era un quindicinale anarchico, in lingua italiana, fondato a Nuova York da Raffaele Schiavinia (Max Sartin) nel 1922 e pubblicato sino al 1971. Dubito molto che mio zio, impegnato com’era nei suoi commerci di sangue e vino o nell’andare allegramente a caccia con gli amici, lo leggesse o che, di questo ne ero certissimo, abbia mai fatto un versamento di sostegno, comunque glielo spedivano ugualmente. ‘A zì Titì, vergine di chiesa, nel tentativo di provvedere anche alla salvezza delle nostre anime già troppo compromesse, manovrava delle semplici strategie per intercettare e distruggere quella nefasta pubblicazione, ma raramente ci riusciva poiché i comunisti di casa sembravano essere più svelti di lei.
Il demoniaco giornale arrivava piegato e chiuso con una fascetta affrancata con dei francobolli abbastanza brutti ma, per me che mi ero messo in mente di collezionarli, avevano il fascino di un qualcosa di straniero che veniva da lontano e che, per arrivare tra le mie mani, aveva superato i pericoli dello sterminato e procelloso Oceano Atlantico. Il giornale non mi interessava e non lo sfogliavo mai, staccavo i francobolli dalla fascetta e li riponevo in un quadernetto ricevuto in omaggio con l’acquisto di un tubetto di pasta dentifricia Chlorodont, marca pubblicizzata a Carosello dall’attrice Virna Lisi che con quella bocca poteva dire tutto quello che voleva. Quando mi accorsi che la collezione stava facendosi alquanto monotona, visto che vi era quasi sempre raffigurato un mezzobusto di profilo, imparruccato bianco su fondo blu, iniziai a dare una letta a quanto scritto su quelle pagine.
Adesso, l’unico articolo che ricordo bene era quello che narrava la rivolta del gladiatore Spartaco contro l’impero romano ma, sicuramente, c’era qualcosa sulla Rivoluzione spagnola del 1936 e le considerazioni sociali di qualche pensatore pilastro dell’ideale libertario. Stranamente mi incuriosivano abbastanza le relazioni dei periodici pic-nic che gli anarchici americani facevano per reperire fondi alla causa. Li immaginavo, questi anarchici, abbastanza riflessivi, tutti con barba e baffi seduti su delle tovagliette a quadri poggiate sull’erba, vestiti di scuro e con in mano delle coscette di pollo freddo. Discutevano di politica e del Sol dell’Avvenir, poi cantavano canti inneggianti a giovani ribelli martiri dell’ideale.
Però, lentamente quelle idee di uguaglianza, quella esagerata ricerca di libertà e di vera giustizia mi conquistarono. Era ragionevole che immense ricchezze fossero in mano a pochissime persone mentre milioni di esseri umani erano costretti ad una vita di stenti o che morissero letteralmente di fame? E le stragi commesse in nome di una patria o per salvaguardare i vani riti di un Dio capriccioso della cui bontà ed esistenza, te lo confesso cara zietta, già allora dubitavo, come era possibile giustificarle? E quanta ipocrisia c’era nella Legge per nulla uguale per tutti poiché garantisce, fondamentalmente, le rapine delle banche, i privilegi dei privilegiati e le prepotenze dei potenti? Erano pensieri abbastanza semplici ma precisi ai quali si dava una soluzione nel progetto anarchico.
Ecco, tutto è iniziato così.

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