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Calo l'asso, piglio tutto e che paghi il presidente!

  
Turi Scordu, surfataru,
abitanti a Mazzarinu;
cu lu Trenu di lu Suli
s’avvintura a lu distinu.
da “Lu Trenu di lu Suli”, di Ignazio Buttitta

Il Treno del Sole

Tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, e ancora oltre, viaggiavo moltissimo in treno. Mentre i miei coetanei si affidavano essenzialmente alle avventure dell’autostop, io preferivo pagare un biglietto e godermi la serenità di un viaggio in treno. Veramente quasi mai il viaggio era tranquillo poiché mi muovevo soprattutto durante le feste, quando i vagoni erano strapieni di viaggiatori. Per risparmiare, di prenotare il posto nemmeno ci pensavo e quasi sempre salivo sul treno a viaggio già iniziato, quando ogni spazio fisico era riempito di umani e valige.
Gli scompartimenti, seconda classe, otto posti a sedere, erano tutti occupati da famiglie che andavano o tornavano dalle miniere del Belgio, dai cantieri della Germania, dalle fabbriche e la nebbia di Torino o Milano. Se c’erano bambini erano anche in dieci e, immancabilmente, scendevano all’ultima stazione del percorso. Le valige di cartone pressato, spesso ricavate riciclando contenitori di trapunte per letti matrimoniali, fragili ma irrobustite con qualche giro di corda, e gli scatoloni occupavano le reticelle e ogni angolo libero dello scompartimento, straripavano lungo tutto il corridoio, si impadronivano persino dello spazio angusto ma necessario della ritirata. E così per ore ed ore, stipati e in piedi, non esisteva riposo. Il controllore dei biglietti, contorcendosi tra corpi e valige, osava passare solo dopo la stazione di Battipaglia e subiva il martellare di un’unica domanda: - Capo, quanto ritardo abbiamo? - Replicava con un’unica risposta: - Settanta minuti, ma adesso recuperiamo -. Tutti brontolavano e facevano finta di crederci, mentre il ritardo aumentava.
Io, magari non subito ma dopo alcune ore, riuscivo sempre a trovare un posto a sedere. Individuavo un viaggiatore solitario o una coppia, mi informavo dove scendevano e, tramutatomi in uccello da preda, aspettavo il mio momento. Appena seduto non mi alzavo più, anche perché dove si poteva andare? Nei corridoi non c’era spazio, tutti gli uomini fumavano Nazionali, Alfa e Sax senza filtro e i più giovani sigarette mentolate. Qualcuno, con il treno in corsa, abbassava sempre un finestrino dando via libera ad un tornado che ci frustava la faccia e scompigliava i capelli. Se buttavi una carta fuori quella rientrava da qualche finestrino successivo.
Seduto, osservavo gli altri viaggiatori, non avevo altro da fare poiché non mi portavo nulla da leggere, da mangiare o da bere. Quando proprio la sete mi attanagliava, aspettavo che il treno si fermasse ad una stazione e mi precipitavo alla fontanella che, in quegli anni, era sempre presente su ogni binario. Non mangiavo, per timidezza declinavo sempre gli a favorire dei miei compagni di viaggio e, quando passava il carrello dei panini e dell’acqua minerale, intimorito dalle parole di mio nonno Peppino sui prezzi esorbitanti che avrebbero preteso, mi voltavo dall’altra parte.
Una volta riuscii ad entrare in confidenza con una famiglia. Erano marito, moglie, suocera e due bambini. Quello più piccolo aveva pochi mesi e, durante un cambio di pannolone, mi pisciò addosso. - Pioggia d’angelo - sentenziò la nonna. A me non sembrava proprio che fosse come la presentava lei, ma feci buon viso a cattiva sorte. Comunque questo episodio servì a rompere il ghiaccio, mi spiegarono da dove venivano e che, appena risparmiati i soldi necessari, volevano comprare della terra ed una casa a lu paise. Mentre finalmente riuscivo ad accettare una fetta di pane con la tumma o primo sale, celebrammo le bontà della cucina siciliana e spiegai la preparazione degli gnocculi maissalisi. Loro, poiché erano della provincia di Agrigento, li conoscevano fatti in un’altra maniera, ma la signora mi promise che, una volta arrivati a casa, li avrebbe sicuramente cucinati magari, se non con il sugo di murena, con quello di pollo. Chissà se li avrà poi preparati veramente?


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