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Calo l'asso, piglio tutto e che paghi il presidente!

  
Pareva un bruto sogno, e invesse gera vero
quela note che go visto in Riva dell’Impero
go visto co i me oci sette fantoini
ligai con a corda in mexo a do lampioni,
la zente de Casteo sigava: “PietÓ!”
na scarica de fogo… e i oci gÓ serÓ!
Aliprando Armein, quei do fradei Gelmi,
Bruno De Gasperi con Gino Conti,
Girolamo Guasto e Alfredo Vivian
i xe morti tuti sete… sigando libertÓ.
dal cd “So’ nato scorpi˛n”, di Alberto D’Amico


Giustina, operaia all’ArsenÓl

Quella mattina del 3 agosto del 1944, faceva troppo caldo.
Giustina, in batŔo schiacciata nell’allegra confusione delle altre giovani operaie all’Arsenale di Venezia, era sudata e stranamente irrequieta, stanca come se per quella giornata avesse giÓ lavorato.
 - Come bestie - pensava - Come bestie.
 Ad una fermata il marinaio di bordo leg˛ il vaporetto agli ormeggi ed il comandante spense il motore. Si udirono voci di uomini che lanciavano ordini che schioccavano nell’aria come frustate e le operaie furono forzate a scendere in fondamenta.
- Come bestie - pensava Giustina con il cuore che aveva iniziato a batterle forte in petto. Furono tutte disposte, dalle brutali spinte delle Camicie Nere e dai latrati dei soldati tedeschi, a formare una sorta di colonna.
- Svelte!, svelte! 
- Schnell!, schnell! – e come un gregge spaventato furono avviate verso Riva dell’Impero dove c’era giÓ tanta gente pigiata in una calca silenziosa, quasi che questo stare ben serrati potesse difenderli da una minaccia incombente.
Giustina, spintonata da ogni lato, si trov˛ in prima fila, ma non voleva. Paura e timidezza la sollecitavano a tornare indietro per annullarsi tra la folla, per evitare di vedere quei sette giovani legati tra due fanali di fronte ai soldati con le divise grigie che, con i fucili neri, puntavano i loro petti. Poi ci fu un grido straniero ed una scarica feroce. La folla non attese ordini per sciogliersi e Giustina, con i piedi pesanti come masegni, con la bocca arida che avrebbe bevuto il mare, in silenzio poichÚ aveva dimenticato ogni parola, torn˛ con le sue colleghe al batŔo che le aveva aspettate per riportarle ad un lavoro vantaggioso unicamente alla morte, che mordeva e divorava.
La sera Giustina, tornata a casa, quasi non si reggeva in piedi. Le girava la testa, aveva la febbre altissima e sulle braccia le erano comparse delle strane macchie rosse. Sua madre non le chiese nulla, della fucilazione conosceva giÓ ogni particolare. Le aveva conservato per cena, tra due piattini, una porzione di fegato e cipolle ma, nel vederla in quelle condizioni, tuta un tremaso, la mise subito a letto e, seduta su una sedia, le strinse una mano che non abbandon˛ per tutta la notte. L’indomani la situazione non era migliorata, la temperatura arrivava a 38 gradi e le macchie erano ancora ben evidenti.
- D’andar a lavorar no se ne parla, stÓ tranquýa, ora riva el dot˛r. - le bisbigli˛ sua madre e, sostenendole la testa, con dolcezza la forz˛ a bere una tazza di latte caldo con l’orzo. Ma non saranno state ancora le dieci che qualcuno buss˛ ripetutamente e prepotentemente alla porta, evidentemente non era il dottore. Quando la donna aprý, con arroganza, entrarono un uomo anziano in camicia nera e due giovani militari tedeschi. Il fascista vide la ragazza a letto e, senza alcun rispetto, le tir˛ via la coperta di dosso urlando stizzito:
- PerchÚ non sei andata al lavoro, eh? Devi andare al lavoro!, sbrigati! - E intanto la guardava tutta.
Giustina si alz˛, batteva i denti, indoss˛ la maglietta e la gonna sopra la camicia da notte mentre i soldati trattenevano sua madre che, singhiozzando, tentava inutilmente di dialogare almeno con l’italiano che le sembrava di conoscere. Non aveva un banchetto di frutta e verdura a San Polo?
Giustina si sciacqu˛ la bocca con l’acqua pulita contenuta in una bacinella, avrebbe voluto anche lavarsi il viso e darsi una pettinata, ma fu strattonata fuori e scortata, con malo garbo, all’imbarcadero. In attesa del batŔo, riuscý a staccarsi di un paio di metri dai tedeschi e dall’aguzzino che adesso la badavano meno, fumavano e ridacchiavano tra di loro. Le sembrava ancora di udire sua madre piangere forte, ma com’era possibile con il trambusto delle barche in canÓl e poi, a quella distanza? Si sentiva debole, inutile e svuotata come non sapeva neppure cosa, capiva soltanto che la sua bella e spensierata giovinezza era stata violentata, strappata via per sempre.
Solo allora not˛ che aveva ancora ai piedi le vecchie ciabatte di casa, ma a chi poteva interessare?
- Come bestie - pensava Giustina, solo questo e null’altro.

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