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Ercole e la regina di Saba

Il mio incontro con i film storici italiani stranamente cominciò attraverso due grossi barattoli di latta.
Mio cugino Enzo, il maggiore dei figli di Maria e Santino, incoraggiato da un vicino da noi piccoli soprannominato Gek Fulton, si era esaltato con il culturismo. Il fatto che fare attrezzi in una palestra non rientrava nelle prospettive e, ancor meno, nelle possibilità di spesa della famiglia Sciabica, non demoralizzò il giovane che decise di costruirsi un arnese adatto alle sue necessità. Si fece regalare, dal negoziante di generi alimentari di fronte casa, due grossi barattoli che avevano contenuto pomodori pelati e rimediò, in un cantiere edile, un vecchio tubo per l'acqua. Questo fu quasi tutto l'occorrente per poter realizzare il suo dinamico progetto.
Riempì i barattoli di sabbia e cemento, poi, per unirli, vi conficcò il tubo che così diventò il manubrio del peso da sollevamento. Io, incuriosito da ogni novità, assistendo alla costruzione del manufatto ebbi l'impressione che un lato dell'attrezzo fosse più pesante dell'altro, ma questo risultò non essere un grave problema poiché Enzo mi chiarì che, nel sollevamento sportivo, sarebbe bastato ruotare l'attrezzo ogni tanto e i muscoli avrebbero comunque avuto un vigoroso sviluppo armonico. Poi mi sfidò ad alzarlo. Ci tentai e, con un notevole sforzo ci sarei anche riuscito, ma desistetti subito, volevo dare più onore e compiacimento a mio cugino che difatti, subito dopo, mi mostrò come era semplice quell'esercizio per i suoi muscoli già tosti e gagliardi. Bene, non passava un pomeriggio senza che mancasse di allenarsi con l’attrezzo e che non ispezionasse allo specchio il conseguente portentoso sviluppo muscolare che però, tra tutti in casa, soltanto lui riusciva a  notare.
Quello era anche il periodo in cui Cinecittà inondava gli schermi italiani con film di genere mitologico-storico dai titoli estremamente inverosimili: “Le sette fatiche di Ercole”, “Ercole e la regina di Saba”, “Maciste contro Ercole”, “Ursus nella valle dei Ciclopi” e via così sino a far incontrare, in America meridionale, Ercole con i Maia. Questi ingenui super-eroi erano interpretati quasi sempre dagli stessi attori. C’era Mark Forest, ma quello che Enzo ammirava di più era Steve Reevers, non certamente per le sue scarsissime doti recitative ma per l'esibizione di lucidi bicipiti e pettorali abnormi che lo stesso mostrava nei panni, ridottissimi, di Ercole, Maciste o Ursus.
Quando in città qualche sala cinematografica dava una pellicola di questo tipo, mio cugino che si sarebbe precipitato per essere il primo spettatore a farsi staccare il biglietto, sembrava alquanto imbarazzato. In sostanza era convinto che, avendo ormai quasi diciotto anni, se qualche suo amico lo avesse visto assistere ad uno di quei film lo avrebbe preso in giro per l'eternità. Comunque non volendo arrendersi, pensò che avrebbe mandato me al cinema al posto suo e io, al ritorno, gli avrei riportato quanto visto. Naturalmente a lui non interessava la trama, che sapeva essere insulsa, ma voleva che gli descrivessi le situazioni in cui i muscoli di Mr. Reevers entravano in azione, i pezzi di colonna che riusciva a sollevare e lanciare, quanti soldati avversari riusciva a battere contemporaneamente, con quale facilità piegava le robuste sbarre di ferro di una prigione, se spezzava le catene nelle quali lo avvolgevano o altre prodezze del genere. Io gli riferivo tutto quanto lui pretendeva, ma spesso mi inventavo le cose poiché ero più attratto dalla storia che dall'osservazione dell’anatomia del protagonista.
Quei film venivano proiettati quasi sempre in una sala proprio al centro di Marsala, in una laterale del Cassero, al cinema del Popolo. Il prezzo del biglietto era abbastanza basso e gli spettatori erano esclusivamente pensionati, che andavano in sala, e ragazzi che, pagando ancora meno, si riversavano in galleria. È scontato che andare al cinema mi piaceva, ma dovevo anche superare un grosso problema. A quel tempo, dato che per più di tre quarti dell'anno venivo trattenuto in Liguria ospite di un collegio dell'aeronautica militare, parlavo esclusivamente in italiano e non conoscevo nessun mio coetaneo. In Sicilia non è che fossi molto in linea con gli altri bambini della mia età, ero diverso e tragicamente solo.
Con i soldi che Enzo mi dava riuscivo a comprare due o tre caramelle gusto carruba, quelle avvolte nella carta oleata e che duravano tanto, e andavo in galleria dove, immancabilmente, incontravo una cinquantina di ragazzi feroci che parlavano una lingua da selvaggi, che si spintonavano, che lanciavano di sotto, in sala, palle di carta o sputavano bucce di simenza masticata urlando: - A cu' pigghiu piiiigghiù!
Dal basso gli sventurati pensionati rispondevano all'istante con folgoranti parolacce ed irriverenti certezze nei riguardi dell’antico mestiere delle nostre amate mamme. La baraonda in sala non terminava nemmeno quando si spegnevano le luci e sullo schermo rattoppato iniziava lo spettacolo. Il pubblico, individuato subito l’eroe protagonista, ‘u picciottu, e il cattivo chiamato ‘u trarituri poiché tentava sempre di vincere i duelli colpendo alle spalle o scagliando della terra negli occhi dell’avversario, iniziava ad incitare o a fischiare ogni azione e, quando ‘u picciotto e una fimmina prosperosa, che spesso era Moira Orfei, si davano un bacio, e purtroppo questo accadeva in tutti i film, si levavano mugugni animaleschi ed erotici fremiti di complicità.
Ogni spettatore, grande o piccino che fosse, fumava ininterrottamente. Si veniva così a creare una fitta nebbia tossica che, lentamente, si sollevava verso il soffitto ammorbando capelli e vestiti. Francamente a me, anche se mi bruciavano gli occhi, non dispiaceva vedere quel fumo che, morbido, si attorcigliata attorno alla magica spada di luce del proiettore. Mi deconcentravo e perdevo il filo del film. Non mi trovavo più seduto in una sala cinematografica, ma mi sentivo trasportato davanti ad un tavolino in marmo di un locale africano a bere una calda bevanda zuccherata in compagnia di mercenari assassini; bucavo le nuvole alla guida di un rombante e spietato Spitfire combattendo contro aquile naziste o, dietro un oblò del misterioso sottomarino “Nautilus” che con la tagliente prua di ferro nero fendeva le gelide profondità dell'oceano antartico, potevo vedere gli occhi fosforescenti dei pesci e rabbrividire per l’incombere della minaccia portata dai viscidi tentacoli di una piovra gigante.
Da quanto sino ad adesso descritto, capirete perfettamente i motivi per cui cercavo la sedia più esterna dell'ultima fila in alto e, in silenzio, guardavo sempre fisso davanti a me ciucciando rumorosamente caramelle alla carruba. Durante l'intervallo tra il primo e il secondo tempo era dura. Cercavo di assumere un'aria di uno disinvolto che sta con un gruppo di amici che, proprio in quel momento, erano andati al cesso tutti assieme. Ostentavo un sorriso complice e strafottente, ma ero sicuro che se gli altri miei coetanei avessero capito che ero da solo e che, soprattutto, parlavo come parlavo, mi avrebbero afferrato e buttato di sotto, sulla testa degli infelici vecchietti, latrando: - A cu' pigghiu piiiigghiù!
Mi andò sempre bene. Uscivo da quel luogo vivo, a riveder le stelle.


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