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Calo l'asso, piglio tutto e che paghi il presidente!

  
E noi faremo come la Russia / chi non lavora non mangerà

Tutti gli animali sono uguali,
ma alcuni sono più uguali degli altri.
G. Orwell, “La fattoria degli animali”

Il lavoro, il mito del lavoro è sempre stato al centro del pensiero marxista e, in maniera alquanto differente dall’esempio del possente cavallo Gondrano, di quello anarchico. Il lavoro che solleva la condizione umana, che la affranca dallo sfruttamento, che cementa i mattoni dell’uguaglianza e della solidarietà ... insomma, così una volta spiegavo ad un pubblico che speravo interessato.
Questo preambolo è per riportarvi un fatto accaduto qualche anno fa e che adesso sarà bello raccontarvi. Un’amica, visto che avevo la macchina, mi chiese se avevo voglia di accompagnarla ad un paesino vicino Sondrio, in Valtellina dove iniziano le Alpi Orobie. Mi disse che, una volta l’anno, era consuetudine che tutti i componenti della sua famiglia si riunissero dalla nonna, non ricordo per quale ragione ma doveva essere qualcosa legato ad un lavoro agreste abbastanza faticoso. L'appuntamento era al massimo per le sei del mattino, alle sette era già tardi, ma, tra una cosa e l'altra, sapete come accade in queste circostanze, giungemmo al luogo dell'appuntamento che erano quasi le due del pomeriggio.
La casa dei parenti della mia amica, una caratteristica costruzione in pietra e legno con il camino che fumava, sorgeva isolata al centro di un vasto prato in leggera discesa, o salita, che terminava dove iniziava un bosco di abeti. Si respirava una buona aria fresca e sottile e, tutto attorno, una catena di possenti montagne innevate rendeva il luogo assolutamente magico e affascinante.
Posteggiai la Renault 4 targata PA vicino alle altre vetture, di cui le più economiche erano Mercedes o Volvo quasi tutte con targa svizzera, ed entrammo nell’abitazione. Il lavoro da fare, chissà quale sarà stato?, era ormai concluso e tutti erano già a tavola per il meritato pranzo. Sentendoci un pochino in colpa, salutammo i commensali, che restarono impassibili, muti ed indifferenti alle nostre giustificazioni - problemi con la macchina, il traffico, la nebbia, ad un certo punto abbiamo girato a sinistra e non a destra - e ci sedemmo, affamati, occupando le uniche due sedie rimaste libere.
Era chiaro che lì a comandare era la nonna, una matriarca bassa, baffuta ed ossuta che somigliava più ad un vecchio coriaceo nostromo sardo che ad una montanara della Valtellina, da me pensate sempre come delle vichinghe alte, massicce e con le trecce bionde. Questa donnetta stava dietro ad un grosso pentolone e si faceva passare le scodelle che prontamente riempiva di caldi pizzoccheri. Quando ebbe servito tutti non chiese i nostri piatti, sembrò non vedere i nostri bracci tesi che glieli porgevano ma posò il mestolo, si sedette e, dopo un collettivo e santissimo segno della croce, sempre nel più totale silenzio iniziarono a mangiare. Più che pranzare sembrava che prendessero la comunione.
Chiusa la storia. Ci alzammo. La mia amica, assassinata, era un pallido cadavere ambulante con un coltello piantato in pieno petto. Smarriti avemmo il riguardo di sistemare per bene le sedie come le avevamo trovate, risalutammo i parenti che masticavano disinteressati e, allucinati dalla situazione appena vissuta, tornammo alla macchina.
Durante i primi dieci minuti del viaggio di ritorno, sempre guardando fissi in avanti, stemmo in silenzio poi mi venne in aiuto l’ironia di Totò e, con la giusta drammaticità, sbottai:
- Alla faccia del bicarbonato di sodio!
Oggi, che sono passati tanti anni, m chiedo: avevamo diritto o no a quella zuppa?, e il nostromo sardo avrà lasciato qualcosa in eredità alla nipote anarchica?

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