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Come Caterina divenne Cristina

Il mio primo incontro con Caterina Bueno, l’indimenticata artista e ricercatrice del patrimonio di poesie, motti e canti della cultura della tradizione popolare toscana, fu totalmente rovinato da un banale abbaglio. Correva l’anno 1987 e per il Meeting anticlericale, che si svolgeva alla Rocca Malatestiana di Fano, avevo allestito la mostra di mail art “Vatikan Dance”. Un progetto, chiuso alcuni anni prima dall’amico Bruno Baccelli, che doveva servire a richiamare all’attenzione del pubblico i misfatti del Vaticano ed al quale avevano aderito oltre duecento creativi da tutto il mondo.
Il concerto di Caterina era il richiamo principale del sabato sera ma lei, per portare la sua solidarietÓ all’iniziativa, era arrivata giÓ in mattinata. Quando la vidi era distesa su di un asciugamano rosso sul prato del cortile del castello. Indossava un vestitino a fiori, occhiali scuri, un grande cappello di paglia in testa, al collo mille catenelle colorate e pareva disciogliersi dentro una violenta pozza di sole estivo. Io che avevo tutti i suoi dischi, che li avevo ascoltati incessantemente negli anni della mia esuberante giovinezza, che cantavo le stesse canzoni sforzandomi di cantarle come le intonava lei, nel vederla rimasi immediatamente folgorato. Dovevo farmi venire in mente un sistema per avvicinarla senza darle fastidio, con naturalezza dovevo trovare la maniera per esternarle tutta la mia sincera ammirazione. Mi serviva un passepartout. Acquistai dalle cucine una bottiglia di vino bianco ben fresco, la raggiunsi e, proprio di getto, le dissi:
-    Ciao, Cristina, ti ho sempre ammirata!
Lei mi guard˛ abbastanza male, volli illudermi che fosse semplicemente infastidita dal sole che, nel sollevare il volto, le aveva illuminato il viso. Poi, con estrema lentezza, mi rispose:
-    Veramente mi chiamo Caterina.
Un sudore freddo paralizz˛ ogni funzione essenziale alla vita del mio corpo. Non so cosa riuscii a farfugliare come risposta e, in confusione totale, scappai via.
La sera il suo concerto fu straordinario ma io vi assistetti da lontano. Il cagnetto giallo di un punk mi aveva morso una mano, ero stordito dalla caldana della giornata, mi sentivo frustrato e depresso a tal punto che non ebbi proprio animo di mettermi in prima fila.
Rividi Caterina a Firenze, erano giÓ passati troppi anni e fisicamente era alquanto cambiata per˛, meno truccata e con i capelli pi¨ corti, la giudicava pi¨ bella. Quasi mi abbord˛ lei e con scioltezza parlammo di canzoni e, chissÓ poi perchÚ, del pan cotto e di altre ricette. Mi spieg˛ come preparare nel modo migliore il boi˛n per l’aragosta ed io, soprattutto quello volevo dirle, le rievocai quella mia sciocchezza a Fano. Fece finta di ricordare l’accaduto, il vino era buono e non si era per nulla offesa.
Carissima bugiarda.

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