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Calo l'asso, piglio tutto e che paghi il presidente!

  
Calo l’asso, piglio tutto e che paghi il Presidente!

A bordo di una Citroen 2CV, ve la ricordate?, quella con le sospensioni talmente molli da ubriacare i passeggeri, una domenica, con l’amico Vento, ci muovemmo da Varese per raggiungere Carrara. Era una bella giornata della vivace estate del 1978 e si era pensato di fare un giretto nella capitale dell’anarchismo italiano. Considerato che la macchina era alquanto lenta, partimmo la mattina abbastanza presto ed arrivammo in piazza Alberica ch’era giusto mezzogiorno. Posteggiammo l’auto affidandone la sorveglianza a Beatrice d’Este ed al sorriso del suo placido leone e, dopo esserci dissetati al fresco zampillo della fontana, ci dirigemmo risoluti verso un cospicuo gruppo di persone che sostavano davanti all’ingresso del Circolo Anarchico “Bruno Filippi”, all’inizio del ponte che scavalca il torrente Carriona.
Ci presentammo come dei compagni di Varese e così conoscemmo Belgrado Pedrini, Giovanni Zava, Sergio Ravenna, Goliardo Fiaschi, Gino Babbini detto Tulain, Rei Granai ed altri anarchici che avevano lottato per tutta la loro vita, in nome di un ideale di uguaglianza e libertà, contro lo sfruttamento ed il fascismo, spesso pagando il loro impegno con il confino e il carcere.
Visitammo la sede che mi sembrò abbastanza cupa: sulle pareti c’era un affresco raffigurante un meteorite fiammeggiante completato da un bel motto e, sulle pareti, un’esposizione di ritratti dei padri dell’Anarchia circondati da bandiere nere bellamente drappeggiate. Completavano l’arredamento dei tavolini con il ripiano in marmo ed alcune sedie tutte di fatture diverse l’una dall’altra. In compenso l’ambiente era rallegrato da una mescita di vino, da un giradischi che gracchiava “Addio Lugano bella” di Pietro Gori, “Dai monti di Sarzana” e da vivaci discussioni. Anche così si alimentava la torcia dell’utopia.
Fummo invitati ad andare con loro a Marina di Carrara per festeggiare il compleanno di Giovanni Mariga, detto il padovan. Avremmo pranzato in una piccola trattoria e l’oste, anche lui conquistato dalle verità dell’ideale, aveva preparato una tavolata sotto il portico, all’ombra. Saremmo stati una ventina di persone.
Iniziammo con un brindisi di vino fresco e frizzante, con delle bruschette con il lardo di Colonnata per aprirci, se ce ne fosse stato bisogno, l’appetito e, mentre attendevamo l’arrivo delle tagliatelle al ragù di cinghiale, due giovanotti vennero ad occupare un tavolino vicino al nostro. Cominciarono ad ordinare gli antipasti, un paio di primi a testa, della carne in umido con contorno di patatine fritte e due insalate, frutta, dolce, grappa, caffè e ammazzacaffè. Terminato il più che lauto pasto, si fecero portare un mazzo di carte e, iniziata una scopetta, serenamente si accesero i toscanelli chiedendo finalmente il conto.
L’oste, con un sorriso identico a quello del serafico felino di piazza Alberica, diede ad uno dei due il totale di quanto dovuto il cui ammontare, visto quello che avevano mangiato, doveva essere alquanto indigesto. L’importo comunque non parve minimamente preoccupare nessuno dei due avventori che, di contro, gli consegnarono una misteriosa lettera. L’oste, colto alla sprovvista, estrasse dalla busta un foglio che iniziò a leggere. E lo lesse, probabilmente, più di una volta poi, senza proferir parola, entrò nel ristorante uscendone poco dopo con la moglie. La moglie? Un’Arpia, una Furia, una Gorgone al confronto sarebbe stata senza dubbio più vicina al genere umano.
- Cos’ ie st’ lavor chi? Fora i bagaron!, strepitava la donna saltellando attorno al tavolo dei due che, con estrema calma, continuavano la partitella a carte e fumavano beatamente.
- Ma signora, a siam senza lavor a n’poden pagar, la letra al diz che siam agevolati dallo Stato.
L’oste, con il volto in fiamme ed imbarazzatissimo, non sapeva come comportarsi, ci mostrava la lettera cercando conforto e sostegno.
- Sapete come la penso, me son anarchico!, … a’ n’ pos ciamar i carabinieri, ma avet let sta roba?
In pratica la lettera diceva che, vista la condizione di estremo disagio del signor Tizio e del signor Caio, gli stessi erano autorizzati, per il loro primario sostentamento, a pranzare e cenare nei ristoranti di terza categoria che poi il conto sarebbe stato onorato dallo stesso Presidente della Repubblica Italiana, che in quel periodo era Sandro Pertini.
Quel foglio girava tra le nostre mani ed i commenti, più o meno seri, si sprecavano.
- … ma a l’e firmata Pertini.
- Forse sarà per il fatto che è socialista ed allora aiuta il popolo.
- Me a son stati al confino con lui e a son sicur che la firma a’ le vera! A le propi d’Sandro.
Intanto la donna, il vulcano Krakatoa in piena eruzione, sbraitava: - Ma propri da noaltri dovevate venire per rovinarci?, ‘ndate anzi da …, e fece il nome di un ristorante di lusso di Marina.
- Magari, ma n’poden ‘ndare, gli rispose uno dei due mettendo al sicuro il sette d’oro - la lettra al diz ristoranti di terza categoria, fors Pertini volev a risparmiar.
La situazione non sembrava avere alcuna via di sbocco: i carabinieri non si dovevano chiamare, i compagni consigli concreti non ne sapevano dare, l’oste era in completa trance e sua moglie, la Medusa, stava esaurendo ogni forza fisica … quando un’idea le illuminò il volto.
Tornò dentro e probabilmente fece una telefonata.
Dopo cinque/dieci minuti, arrivò una specie di marcantonio su di una bicicletta che, schiacciata dalla sua mole, si era ridotta alle dimensioni di una Graziella, l’appoggiò al muretto e, serrando i pugni, si diresse verso il tavolo dei due pacifici giovanotti. Questi, che stavano già iniziando tranquillamente a giocare una nuova mano della scopetta, capendo che la situazione stava tragicamente precipitando e che rischiava di farsi estremamente dolorosa, alla fine si arresero.
Era stata una burla. I due ragazzi erano anche loro del “Bruno Filippi” e avevano pensato di divertirsi, con gli altri compagni, in quella simpatica maniera.
Tutto è bene quel che finisce bene, come nelle più classiche commedie all’italiana. Il loro conto fu diviso tra tutti noi e al sosia di Primo Carnera venne offerto un bicchiere ben colmo di vino. La donna, benché ancora in intimo rimescolamento, dovette far buon viso a cattiva sorte e l’oste, rasserenato, stappò una bottiglia di spumante per festeggiare quell’indimenticabile compleanno e … il recuperato incasso, naturalmente.
Intonammo “Addio Lugano bella”, qualche altro canto di repertorio, poi ce ne tornammo verso le Prealpi soddisfatti della bella giornata trascorsa.
Viva la Vita e viva sempre l’Anarchia!



ringrazio Gaetano Miallo per la traduzione dei dialoghi in carrarino





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