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DEMOLIZIONI
di Lorena GAVA

La memoria di ogni persona si compone di luoghi vissuti, trasformati o abbandonati. Basta il ricordo e la parola, per accendere colori, rumori, sensazioni. I luoghi tornano a vivere nello spazio incantato della mente dove non esistono distanze incommensurabili e tempi dilatati. Tutto appare vicino, presente e vivo.
Alle Officine Breda ci sono stata la prima volta domenica 17 marzo 2002. Nella mia memoria non ci sono fabbriche abbandonate e spazi vuoti segnati da pilasti. Ci sono abbazie irlandesi, senza tetto, con il pavimento d'erba e le grandi finestre ogivali aperte, scheletri di cattedrali rivolte al cielo, consumate dal tempo e dall'incenso. La fabbrica abbandonata è un tempio innalzato al lavoro depauperato dalle icone religiose, delle candele accese ma vivo di preghiere.
La luce è abbagliante, il tetto trasparente non blocca la vista. Sono attratta dall'alto ma nello stesso tempo dall'orizzonte circolare che chiude lo sguardo. L'interno immenso, vuoto, diffonde una litania sommessa. Non so distinguere gli spazi principali, tutto mi appare uguale. Mi vengono in mente solo luoghi di culto. Mi sembra di scorgere la moschea di Cordoba laggiù, in fondo.
Ci sono delle fosse rettangolari che generano grandi sagome di burka illuminate. Ruggero Maggi ha pensato a presenze mute, svuotate, ridotte a puri involucri. Rimane un velo spesso, una sorta di grata a ricordare il rituale quotidiano del lavoro. Figure uniformate, uguali che occupano posti fissi, prive di movimento. È il richiamo potente al dovere, alla meccanicità dell'azione.

E il pensiero? Dove scorrono la fantasia, il segno e l'immaginazione? Sono momentaneamente rinchiusi nel buio degli spogliatoi di Malek Pansera. Bisogna oltrepassare le cortine di burka per cercare l'evasione. Di un paio di scarpe rosse, luccicanti, per tanto tempo rimaste nella vetrina del negozio prima di finire in quello spazio angusto. L'antitesi della fabbrica, il paradosso della luce e gli squarci di cielo, ma potente recesso dell'anima. Le rose sono appese a testa in giù, è il modo migliore per farle seccare e impedire che le foglie si stacchino. Il ricordo di un incontro deve rimanere a lungo, inalterato, custodito entro una grata intima e discreta. È il confessionale dei sogni, dei desideri, il luogo della metamorfosi e della partenza. Verso dove? Ovunque ci sia un fuori.

Le barchette di carta modellate a mano di Rino De Michele possono portare molto lontano. Hanno già lasciato una lunga scia e stanno andando oltre. Sono diligenti, avanzano parallelamente indisturbate dall'ostacolo che le attende. Un muro scandito da sporgenze e rientranze, tante insenature regolari dove le porta l'illusione di un passaggio, di una meta segnata.

L'importante è staccarsi da terra, cedere all'invenzione utopica, uscire metaforicamente dallo spazio costruito ed ermetico.


Le barchette di carta modellate a mano di Rino De Michele possono portare molto lontano. Hanno già lasciato una lunga scia e stanno andando oltre. Sono diligenti, avanzano parallelamente indisturbate dall'ostacolo che le attende...


Rino De Michele ha posto solo delle scarpe: a gambe divaricate, su gradini, girate all'indietro. È l'assenza del corpo a recitare i luoghi della fisicità assoluta, potente paradosso di presenze mancanti, di tempi brevissimi sottratti al lavoro...

... la serie di persone sospese, senza volto, smaltate di bianco, appese alla vita come ad un filo. Sono individui anonimi, leggeri, oscillano animati dalla fantasia del pensiero. Sono le persone della fabbrica, hanno portato alcuni oggetti personali, la tastiera di un computer, una valigia...

Sul muro una bicicletta: il telaio è dipinto, le ruote sono di gomma.


 

Ci prova ancora Rino De Michele con la serie di persone sospese, senza volto, smaltate di bianco, appese alla vita come ad un filo. Sono individui anonimi, leggeri, oscillano animati dalla fantasia del pensiero. Sono le persone della fabbrica, hanno portato alcuni oggetti personali, la tastiera di un computer, una valigia. Sul muro una bicicletta: il telaio è dipinto, le ruote sono di gomma. Gli uomini non partono, sono appesi ma possono assistere al concerto, per contrabbasso solo, di Roberto Bartoli. Più tardi avranno modo di uscire con le biciclette vere di Malek Pansera. Ne ha legate tante al soffitto, tutte di metallo. Sono belle, il frutto delle prime paghe, il regalo a tante mogli, fidanzate. Sono le biciclette della domenica, lanciate lungo gli argini, radunate nelle piazze impolverate di ghiaia. Sono entrate in fabbrica e hanno portato con sé i colori e i profumi della terra, del pino silvestre dopo il bagno. Odorano di fresco, di pulito, non come gli orinatoi esterni alla fabbrica. Rino De Michele ha posto solo delle scarpe: a gambe divaricate, su gradini, girate all'indietro. È l'assenza del corpo a recitare i luoghi della fisicità assoluta, potente paradosso di presenze mancanti, di tempi brevissimi sottratti al lavoro. Un lavoro costantemente vigilato, osservato da un avamposto centrale, interno alla fabbrica e circondato di vetro. Un'isola di presenze mute se viste da fuori. Un corpo staccato dal rumore e dall'odore dello spazio dilatato. Un corpo che un tempo odorava di carta, di penne e di inchiostro per macchine da scrivere e ora profuma di pane. Il pane prodotto nel forno di Enrico Minato: una panetteria speciale dove l'insegna recita parole che evocano significati profondi: "Fare il pane è arte, distribuirlo è politica". Il pane come punto di partenza, come asse centrale di tutta la storia.
La storia della fabbrica raccontata con le parole dei protagonisti sul filo rosso di Giorgio Segato che attraversa tutti gli spazi, raggiungendo le opere presenti. Un flusso di parole ininterrotte, una scia di preghiere e sogni, di verità e allucinazioni. Un monumento disteso, orizzontale rivolto alla parola in contrasto, ma senza opposizione, con il totem di Malek Pansera.
Il totem si alza piano, non ci sono pianure esotiche a confortarlo, né il ricordo di riti ancestrali: a fatica si reggono insieme gli stampi di fonderia con le lastre radiografiche. Sono radiografie raccolte nella fabbrica, scatti di polmoni in luce e in ombra. Un connubio di tecnica, di vita, di respiri trattenuti e poi emessi. Non esistono veli, utopie, sogni o partenze: solo l'hic et nunc di tante vite trascorse, della realtà vissuta dentro l'officina, chiusa da cancelli serrati, invalicabili, delimitati da mura protettive e austere.
Gli artisti sono entrati per trasferire ciò che è rimasto fuori, per materializzare i desideri, per dare un contesto al sogno e all'evasione. Prima che tutto svanisca, prima che la demolizione avvenga. Le opre resteranno, incatenate allo spazio, legate alla luce, al rumore, alle preghiere che il luogo ha prodotto. Completeranno la loro esistenza nel viaggio finale verso il nulla celebrando una trasformazione nella memoria di tanti.